Bandiere blu e gialle che si muovono leggere al vento, bambini tra le braccia dei genitori, giovani e donne che osservano con occhi attenti: Cagliari ieri è tornata in piazza per l’Ucraina, per testimoniare vicinanza e solidarietà a chi vive da quattro anni sotto il peso della guerra. Piazza Garibaldi si è trasformata in un mosaico di volti e colori. Circa 200 persone si sono raccolte dal primo pomeriggio per ritrovarsi, consolarsi e ascoltare la voce di chi, volente o nolente, la guerra l’ha vista da vicino.
Tra la gente
Tra loro il giornalista Claudio Locatelli, da quasi due anni sul fronte. «Gli ucraini sono stanchi, i turni pesano, la popolazione cala perché molte donne sono andate via. Ma sanno che un chilometro indietro sono cento persi». Non solo territorio: «Significa lasciare case, affetti, identità. Perciò la maggioranza sa di non poter mollare». Locatelli ricorda la battaglia di Kiev, all’inizio dell’invasione: «All’inizio nessuno era certo di resistere. Se fosse successo trent’anni fa, l’Ucraina sarebbe già caduta. Oggi, al quinto anno, la Russia controlla poco più del 12% del territorio». A tenere la linea è anche «un’evoluzione tecnologica impressionante». Ma lo scenario internazionale inquieta: «La sfiducia verso gli Stati Uniti è evidente. Mosca e Washington parlano, e questo fa paura. Intanto si aprono nuovi fronti in Medio Oriente: tutto è collegato».
Speranza
Dopo la testimonianza dal fronte, la piazza si è raccolta attorno alle parole di monsignor Giuseppe Baturi. «Il ruolo della Chiesa è chiedere una pace capace di fare giustizia», ha detto, ricordando l’impegno diplomatico della Santa Sede. «Siamo preoccupati perché sempre più spesso è la forza a regolare i rapporti tra gli Stati. Noi vogliamo che sia la giustizia».
Sul piano politico è intervenuto Gabriele Ballicu, coordinatore regionale del partito Ora, promotore dell’evento. «Non è una guerra lontana – ha sottolineato – riguarda l’idea stessa di Europa. Un Paese democratico va difeso». In un contesto internazionale «sempre più delicato», il rischio è che l’Ucraina «passi in secondo piano».
Tutti uniti
Ma in piazza c’erano soprattutto storie. Come quelle di Anna e Taras, 20 e 21 anni, studenti all’Università, con le famiglie ancora in Ucraina. «In inverno la situazione è peggiore: i bombardamenti colpiscono elettricità e gas. Senza riscaldamento si arriva a meno dieci gradi in casa». L’energia «viene data a pezzi, poche ore al giorno». E con il cambio di presidenza negli Stati Uniti, spiegano, «i fondi per sostenere le infrastrutture stanno finendo». La loro è una richiesta semplice e insieme drammatica: «La guerra deve finire presto, perché ci sono i nostri bambini e il nostro futuro».
Tra la folla anche i genitori di Manuel Mameli, il volontario di Selargius partito per combattere al fianco degli ucraini e disperso dal 17 maggio. «Ha sentito il bisogno di partire perché vedeva violata la libertà dell’Europa stessa», racconta il padre Stefano. «Non abbiamo trovato ancora il corpo, non sappiamo con certezza cosa sia accaduto. La speranza è che il suo sacrificio, come quello di tanti ucraini, non sia stato vano».
RIPRODUZIONE RISERVATA
Questo contenuto è riservato agli utenti abbonati
Per continuare a leggere abbonati o effettua l'accesso se sei già abbonato.
• Accedi agli articoli premium
• Sfoglia il quotidiano da tutti i dispositivi
