L’intervista

Soddu: leggi popolari, una nuova linfa per l’autonomia sarda 

L’ex presidente: democrazia liberale in crisi, sbagliato ignorare chi ha firmato la Pratobello 

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Presidente Soddu, ma lei come si immagina la Sardegna tra dieci anni?

«Ecco, vede: è di questo che vorrei parlare. Tutti dovremmo parlare di questo».

E invece?

«Invece le forze politiche non affrontano questo argomento. La riflessione sulle riforme riguarda soprattutto le modalità di gestione del potere».

Dopo quasi un’ora e mezzo di colloquio, Pietrino Soddu si riaccende d’improvviso davanti alla domanda che sposta un po’ più in là l’orizzonte del tempo. Nello studio della sua casa di Sassari filtra la luce del tramonto, il pulviscolo solare si agita mentre l’anziano leader gesticola energicamente, come a dare più forza ai suoi ragionamenti. Ma la polvere non si deposita sui tanti libri e giornali poggiati sulla scrivania, e di continuo aperti e richiusi, consultati, annotati. A 97 anni – compiuti due giorni fa – l’ex presidente della Regione e deputato Dc non rinuncia a informarsi e studiare, cercando ancora le chiavi per capire un mondo che nel secolo (o poco meno) della sua vita è cambiato più volte, e non smette di cambiare.

Di fronte a rivoluzioni sociali sempre più rapide, Soddu vorrebbe vedere una versione aggiornata anche dell’autonomia regionale, cui ha molto contribuito a dar forma. «Ma per modernizzarla dobbiamo prima dire cosa vogliamo, dall’autonomia», avverte: «Parliamo sempre di identità, ma bisogna chiarirsi su quale sia l’identità cui ci riferiamo».

Il presidente del Consiglio regionale, Piero Comandini, ha detto qualche giorno fa che lo Statuto speciale è vecchio, e forse così com’è non serve più. È d’accordo?

«È quasi ovvio. Certo che lo Statuto è datato: l’autonomia deve aggiornarsi, collegarsi ai cambiamenti della governance mondiale. Il problema è da dove cominciare».

Dalla richiesta di maggiori poteri di autogoverno?

«Non basta. Non è sufficiente chiedere nuove competenze. Vogliamo poteri esclusivi su istruzione, territorio, energia e altro: ma per fare cosa?»

Chi deve rispondere? Il Consiglio regionale?

«Il Consiglio con tutta la società sarda. In particolare, insieme ai nostri intellettuali».

Auspica ancora il nuovo congresso del popolo sardo?

«Sarebbe lo strumento migliore. Un ampio confronto sulle idee per il nuovo Statuto. A partire dal contributo degli storici, che è decisivo. Guido Melis ha curato la pubblicazione dei discorsi parlamentari di Giorgio Asproni, deputato del Regno nella seconda metà dell’Ottocento. È pieno di interrogazioni al governo su problemi ancora oggi aperti».

Se i problemi sono sempre gli stessi, viene da pensare che l’autonomia speciale non abbia funzionato.

«Ha funzionato relativamente, ma è servita anzitutto ad avere coscienza dei propri diritti, che non è poco. E poi a risolvere i problemi più urgenti: acquedotti, fognature, scuole, ospedali, viabilità...»

Ma è ancora utile?

«Può esserlo se si inserisce nei tavoli in cui si decidono le grandi questioni. A livello nazionale ed europeo».

Malta ha un terzo della popolazione sarda ma sei eurodeputati. Per essere sui tavoli che contano, non converrebbe diventare uno Stato autonomo?

«Anche con sei eurodeputati non conta niente. E per quello semmai basta cambiare la legge elettorale per le Europee e fare un collegio Sardegna-Liguria, come propongo da tempo. Io non sono a favore dello Stato sardo. Mi sento tutelato dalla Costituzione italiana».

E si sente ancora federalista?

«Non vedo altre soluzioni. Oggi il federalismo è la formula democratica più diffusa».

(Soddu si gira, prende “Idee e forme del federalismo”, di Daniel Elazar, lo apre a una pagina con un segnalibro, poi riprende a parlare).

«Legga questo libro. C’è una tabella con l’elenco delle varie esperienze federaliste. Ma la nostra politica regionale non riflette su questi aspetti».

Comandini ha avviato una commissione sulla legge statutaria, è venuto qui da lei per consultarla. Cosa gli ha detto?

«Che ha fatto bene, ma il nodo sono le forze politiche che non si occupano dei grandi temi. I partiti non esistono più, sono quasi solo movimenti personali o locali. Il cosiddetto civismo non mi convince, ogni giorno spunta una lista civica: ma pensando solo agli interessi di una singola città o un paese è difficile concepire un’ampia riflessione sull’autonomia. E il Consiglio regionale sta perdendo due grandi occasioni per avviarla».

Quali sarebbero?

«Una è la riforma del Titolo V della Costituzione e del regionalismo. Presto le regioni ordinarie del Nord avranno acquisito maggiori poteri e noi saremo sempre fermi. L’altra è la legge Pratobello».

Lei l’avrebbe approvata?

«Io dico che il Consiglio regionale non può ignorare un’iniziativa popolare con 210mila firme. Poi può bocciarla, stralciarne una parte, fare quel che vuole. Ma è un errore non discuterla. E non solo per il merito. La democrazia parlamentare liberale, basata sulla delega e la rappresentanza, è in crisi. Serve qualcosa che la integri. L’iniziativa popolare dimostra che il cittadino non è tagliato fuori, ma può contare. In Sardegna dovremmo valorizzare questi movimenti popolari nati di recente».

Dalle entrate al caso 41 bis, la presidente Todde ha assunto un profilo di maggiore contrapposizione col governo. Lei approva?

«Lo dovrebbe fare comunque, è politica ordinaria. Però non credo che la mafia venga in Sardegna per via dei detenuti al 41 bis. In generale, contrapporsi a Roma mi sembra un po’ poco. Col presidente della Regione Paolo Dettori avviammo la cosiddetta politica della contestazione: ma erano gli anni ’60-70. Anche se lui aveva un carattere più duro del mio. Io sono più negoziale, mi ritrovo nella formula “Argomentare e negoziare”… Guardi qua».

(Prende un altro libro, di Jon Elster, si intitola appunto “Argomentare e negoziare”).

«Diciamo che, dalla Giunta, mi aspetterei qualcosa di più ampio respiro per il futuro».

Insomma, lei come vede la Sardegna tra dieci anni?

«Certo non come una terra che possa campare solo di turismo. Non apprezzo proprio il modello culturale che sta dietro. Il festival del consumo, l’idea di vivere sempre ballando e cantando. Ma poi nessun Paese al mondo campa davvero di turismo. L’industrializzazione è essenziale».

Molti però criticano la scelta industriale in Sardegna, di cui lei fu protagonista. La rifarebbe?

«All’epoca non avevamo altre armi contro la crisi».

E c’è un errore che le pesa?

«Mi sento responsabile di non aver fatto alcune cose quando le potevo fare, a partire proprio da uno sviluppo maggiore dell’industria locale».

E ora cosa la preoccupa di più, nel futuro dell’Isola?

«La sfiducia verso le istituzioni. Il Consiglio regionale, se vuole recuperare la fiducia persa, deve riconciliare il suo potere di rappresentanza elettiva con la sovranità espressa nelle forme di iniziativa popolare. Se saprà farlo, il clima potrà cambiare rapidamente. E potremo sperare nel futuro».

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