L’intervista.

Selvaggi: «Cagliari, salvati ancora» 

Spadino esalta la scelta della linea verde e apprezza la conferma di Pisacane 

Per restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp

Spadino ha il cuore rossoblù. Da quando è andato via, al termine della stagione 1981-1982, parlare di Cagliari e del Cagliari con lui è come soffermarsi su cose preziose, sul valore di amicizie immortali, su legami che neppure il tempo riuscirà mai a scalfire. Franco Selvaggi non va più in gol da parecchio: l’ultimo in Serie A, con la maglia dell’Udinese, lo ha siglato nel 1985. Nel frattempo aveva messo su famiglia e deciso che, appese le scarpette al chiodo, si sarebbe stabilito a Matera, la sua città d’origine. E così ha fatto. Oggi ha 73 anni ed è soprattutto un nonno felice. Ma segue il calcio con la competenza di chi, il campo, lo conosce in ogni suo dettaglio, alla luce di un curriculum lo ha visto vestire, oltre a quella del Cagliari, le casacche di Ternana, Roma («Mi volle Scopigno»), Taranto, Torino, Inter, Udinese e Sambenedettese.

Dirigente di club e tecnico federale, da calciatore dopo Cagliari lo cercò anche il Napoli, per affiancare Diego Maradona: ma il trasferimento saltò e firmò per il Toro. Lui, però, non ha rimpianti. Anzi, racconta sempre con orgoglio un altro aneddoto: «A Cagliari arrivai dal Taranto perché mi volle Gigi Riva», dice Selvaggi. «Pensate, minacciò le dimissioni se la società non mi avesse preso. Mi cercavano diverse squadre, ma scelsi la Sardegna. Giocai in una squadra fortissima: forse avevamo il centrocampo più forte della Serie A con Marchetti, Corti, Quagliozzi e Brugnera. Davanti poi c’eravamo io, Gigi Piras e Virdis: non a caso arrivammo sesti».

Nell’estate del 1982 ci fu anche il Mondiale vinto in Spagna. «Da giocatore del Cagliari. Perché feci l’esordio nel 1981 e quando venni convocato da Bearzot ero ancora rossoblù».

Altri tempi.

«Sì, eravamo professionisti che tenevano alla maglia».

Oggi no?

«Non dico questo, ma girano troppi soldi attorno al calcio».

Anche voi però non facevate la fame.

«Non ci crederete, e non dico né dove né quando perché non sarebbe giusto: a me è capitato di giocare in squadre che pagavano ogni quattro mesi. Diciamo che guadagnavamo cifre che, all’epoca, ci permettevano di sopravvivere o poco più. Non è un caso che molti colleghi di quei tempi, nel dopo-calcio, abbiano avuto necessità di assistenza».

Non avevate ingaggi come quello di Palestra al Chelsea, da quasi 5 milioni.

«Il ragazzo è forte, a Cagliari ha dimostrato molto del suo potenziale, ma 5 milioni di euro sono tanti. Diciamo che, in altri tempi, il banco non saltava solo perché avevi buone possibilità di diventare un campione».

Tutti i migliori vanno all’estero.

«Perché l’Italia calcistica non riesce a stare al passo di un sistema – anche economico – che, ai nostri tempi, comunque reggeva».

Il Cagliari ha scelto la linea verde.

«Sta facendo bene. La strada giusta è quella di lanciare i giovani, di far crescere e valorizzare il vivaio, di confermare Fabio Pisacane, che non aveva mai allenato in Serie A e che ha fatto benissimo».

Per quali obiettivi?

«A Cagliari per ora non vedo che la salvezza, una salvezza tranquilla magari, come orizzonte».

Ha ceduto Gianluca Gaetano, ma terrà Sebastiano Esposito.

«Li ho avuti nella Nazionale Under 16. Gaetano è forte, all’Atalanta avrà la possibilità di giocare per obiettivi più prestigiosi della salvezza. Sebastiano è un talento ma non ancora del tutto esploso: chissà che la prossima non sia la stagione buona. Lo auguro a lui e al nostro Cagliari».

Di che cosa si occupa ora?

«Sono impegnato in un camp, organizzato da mio figlio, anche lui tifoso rossoblù. E poi, a Metaponto, ho una struttura turistico-ricettiva».

Sta guardando le partite dei Mondiali?

«Molte, escluse quelle che si giocano a notte fonda».

Secondo lei qual è il livello?

«Molto basso, forse è l’edizione più deludente dal punto di vista tecnico. Se Capo Verde per poco non elimina l’Argentina vuol dire che c’è qualche problema».

L’Italia manca.

«Tornerà. Con la valorizzazione dei giovani, vincerà di nuovo. Serve una strategia chiara: la linea verde, come sta facendo il Cagliari nelle ultime stagioni, deve essere una scelta di campo».

Il suo rapporto con la Sardegna.

«Per me è una seconda casa. Ogni volta che torno è come se non sia mai andato via dall’Isola. Gli amici, come il capitano Gigi Piras e gli altri, sono sempre lì. Purtroppo non c’è più il mio mentore, Gigi Riva, ma gli sarò riconoscente a vita».

RIPRODUZIONE RISERVATA

Questo contenuto è riservato agli utenti abbonati

Per continuare a leggere abbonati o effettua l'accesso se sei già abbonato.

Accedi agli articoli premium

Sfoglia il quotidiano da tutti i dispositivi

Sei già abbonato?
Sottoscrivi
Sottoscrivi