Lo studio

«Riforme impopolari o l’Italia non potrà arrestare il declino» 

L’economista Ascari: su 205 Paesi soltanto otto crescono meno di noi 

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Nessuno pensava che l’Italia fosse una locomotiva lanciata, ma certi dati lasciano comunque stupiti: «Negli ultimi 20 anni – dice l’economista Guido Ascari – su 205 Paesi solo otto sono cresciuti meno dell’Italia. Stati dell’Africa subsahariana, o tormentati dalle guerre». In realtà la frenata dura da quasi mezzo secolo: lo spiega il volume “Fotografia di un declino”, che Ascari ha scritto con Riccardo Trezzi e ha presentato a Cagliari venerdì. Le centinaia di grafici della ricerca confermano che, dopo la veloce crescita del dopoguerra, dagli anni ’70-80 l’economia italiana ha rallentato.

Professor Ascari, cosa è successo in quella fase?

«Non c’è una causa unica. Il libro affronta il tema dal lato dei fattori produttivi: ogni economia dipende da lavoro, capitale e produttività. Nelle economie post-belliche la crescita è sempre elevata; s e guardiamo al periodo in cui la crescita si è spenta, vediamo che quei fattori sono lentamente peggiorati tutti. Non c’è un episodio specifico, non possiamo dire che è colpa dell’euro o della crisi del 2008. È stato un processo graduale, con più fattori. A partire dalla denatalità, che viene sottovalutata».

Perché è così grave?

«Nel libro c’è un grafico, secondo me impressionante, sui lavoratori prime age , cioè tra i 25 e i 45 anni. Quelli più produttivi e innovativi. Dal picco all’inizio degli anni 2000, con circa 22 milioni, sono crollati di 5-6 milioni. Questo penalizza la capacità del Paese di innovare. Però se ne parla solo in termini di confronto ideologico sull’immigrazione».

Lei sul punto come la vede?

«Per la questione demografica gli immigrati sono fondamentali. Poi c’è immigrazione e immigrazione. Servirebbe una politica migratoria seria, come in altri Paesi. Tipo l’Australia, che stabilisce quote per determinati lavoratori».

Per l’occupazione, però, i dati degli ultimi anni sono buoni. È vera gloria?

«È vero che c’è stato un rimbalzo post-Covid. Certo, con meno giovani è difficile che la disoccupazione aumenti. Però è anche aumentato il numero di lavoratori. Il problema è che la crescita resta piatta».

E i salari pure.

«L’Italia si è allontanata dalla frontiera tecnologica che rende produttiva la manifattura. Siamo usciti dalla chimica, ora dall’automotive, le grandi aziende farmaceutiche o di ricerca vanno in Svizzera. Ci restano i settori a basso valore aggiunto e bassa produttività. Un altro grafico mostra che negli ultimi 30 anni la produttività e i salari reali vanno a braccetto. La remunerazione del lavoro dipende da quanto il lavoro è produttivo».

Il salario minimo potrebbe aiutare?

«Credo che non risolva nessuno dei nostri problemi. Sarebbe un altro di quegli interventi statali nell’economia molto attrattivi per il dibattito pubblico, ma che incidono poco».

Vista la precarizzazione del lavoro, le riforme sulla flessibilità hanno fallito?

«Un certo grado di flessibilità del mercato del lavoro fa bene. Se assumere e licenziare costasse meno, ma con politiche di sussidio e riqualificazione per i disoccupati, il mercato sarebbe più dinamico».

Bisognerebbe anche ridurre la pressione fiscale?

«Non sono un grande esperto di finanza pubblica, ma con l’attuale debito pubblico non vedo grandi spazi. Eppure tutti in tv reclamano più spesa. Tra Pnrr e Superbonus, in Italia abbiamo speso l’equivalente di un quinto del Pil senza alcun vantaggio in termini di crescita. Una follia».

Puntare su settori ad alto valore aggiunto significa che la Sardegna deve evitare la monocultura turistica?

«Una certa specializzazione ci può stare per una regione come la Sardegna, un turismo di alto livello presuppone servizi di un certo tipo. Ma in generale è un settore con poca innovazione tecnologica e basso valore aggiunto, non può essere la risposta per il Paese».

Il libro punta anche il dito sul divario Nord-Sud.

«Per vari anni c’è stata una forte convergenza, la Cassa per il Mezzogiorno ha funzionato. Poi però il Sud è stato abbandonato, come un problema irrisolvibile di cui è meglio non parlare. Mentre risolverlo servirebbe a tutta l’Italia».

Spesso si dice che l’Italia paga la scarsità di materie prime. Ma Paesi come Olanda e Svizzera non ne hanno di più, eppure crescono.

«Infatti non è quello il nodo, ma l’arretratezza di un sistema che va dallo Stato alla burocrazia, alle infrastrutture, alla giustizia. Anche la finanza è un problema, in questo caso non solo italiano ma europeo: l’unica impresa italiana innovativa, Bending Spoons, va a quotarsi negli Usa».

Lei e Trezzi dite: servono riforme strutturali impopolari. Perché impopolari?

«Servirebbe una riforma pesante della PA, un sistema Paese che diventi pro impresa, pro giovani. Ma poiché la gran parte dei votanti è in età avanzata, toccare certi interessi costituiti è complicato. Un piano serio di rientro dal debito pubblico, per esempio, sarebbe un interesse bipartisan: ma significa far pagare le generazioni oggi più ricche. Sono scelte che hanno costi importanti a breve e danno vantaggi nel medio-lungo periodo. E così le elezioni si perdono».

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