Campobasso. L’inchiesta sul giallo di Pietracatella - madre e figlia avvelenate con la ricina dopo Natale - è nella fase più delicata: gli investigatori hanno sentito più di cento testimoni e ora puntano a chiudere il cerchio, iscrivendo uno o più nomi sul registro degli indagati. Ci sono però altri passaggi cruciali ancora da compiere, tre su tutti: cercare le tracce della ricina nella casa della famiglia Di Vita, analizzare i telefoni e gli altri dispositivi elettronici sequestrati, attendere il deposito degli atti relativi alle autopsie sulle vittime, previsto a fine mese. Intanto ieri in questura è iniziata l’ennesima settimana di interrogatori. La Mobile al mattino ha sentito come testimoni alcuni parenti. Nel pomeriggio è toccato all’infermiere che a dicembre somministrò una flebo nella casa di Pietracatella, Sara Di Vita e sua mamma Antonella Di Ielsi morirono poche ore più tardi nell’ospedale Cardarelli di Campobasso. L’uomo, un amico di famiglia, era già stato sentito nelle settimane passate, è stato di nuovo convocato su istanza dell’avvocato di uno dei cinque medici indagati nella prima fase per omicidio colposo, prima della scoperta della ricina e quindi dell’indagine per duplice omicidio premeditato. Ieri Pietro Terminiello, legale di uno dei medici indagati, ha spiegato che con la strumentazione a disposizione di un pronto soccorso italiano «non si poteva capire quel genere di avvelenamento; con strumenti diagnostici ordinari era escluso». Non solo: «Anche laddove, per assurdo, si fosse compreso che si trattava di avvelenamento da ricina, comunque non c’era antidoto, e questo è l’aspetto più importante». Ora l’attesa è tutta per il nuovo interrogatorio di Laura Di Vita, cugina di Gianni Di Vita, marito e padre delle vittime, previsto per i prossimi giorni.
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