«Mio marito Licurgo Floris è morto gridando la sua innocenza: non ha ucciso lui Gisella Orrù. L’uomo che l’ha accusato è sparito nel nulla e si è fatto poco per cercarlo: la verità deve saltare fuori. Si riapra il caso: Gisella merita giustizia e con lei la mia famiglia». Sono passati quasi quarant’anni dalla tragica morte della studentessa di Carbonia uccisa con una stilettata al cuore dopo aver subito violenza, ma per Luciana Cogoni, moglie dell’uomo condannato per quell’atroce delitto, la parola fine su questa storia deve ancora essere scritta: «Licurgo era innocente – dice – su tanti delitti si è fatto chiarezza dopo molti anni, lo si faccia anche su questa vicenda».
La vicenda
Era il 7 luglio 1989 quando il corpo di Gisella fu ritrovato in fondo a un pozzo dieci giorni dopo la sua scomparsa. Era stato Tore Pirosu, colui che Gisella chiamava “zio Tore”, a chiamare in causa, durante un interrogatorio, i presunti protagonisti del “festino” al termine del quale era morta la ragazza. Raccontò di averla accompagnata lui con la sua macchina verso quell’appuntamento con la morte, ma poi scaricò tutte le colpe su Licurgo Floris, Giampaolo Pintus e Giannina Pau (questi ultimi due erano stati scagionati immediatamente). «La “verità” raccontata da Pirosu, nonostante mille contraddizioni, – dice oggi Luciana Cogoni – è stata ritenuta la verità ufficiale: mio marito è stato condannato a 30 anni, Pirosu ha ottenuto un sensibile sconto di pena, 24 anni, ma ne ha trascorso in carcere molti meno. È uscito con l’indulto, poi è sparito nel nulla. Ma io non ho mai creduto a quella sua verità per la quale mio marito è finito in carcere. Non credo nemmeno che Pirosu sia morto e ora uno voce insistente lo colloca nella zona dell’Oristanese. Sarà vero? Si deve indagare. Come me tanti cittadini di Carbonia aspettano che finalmente si faccia davvero giustizia e sono certa che tante persone oggi potrebbero aiutare a far scoprire la verità.
Il suicidio
Luciana Cogoni all’epoca aveva 38 anni e non si è mai arresa. Anche quando Licurgo era già in carcere per espiare quella condanna che non ha mai accettato, si è mossa con tutti i pochi strumenti che aveva a disposizione: appelli, interviste, indagini private per arrivare a prove che potessero portare alla revisione del processo. Poi la telefonata che la informava del suicidio del marito: «Fino a quel momento aveva gridato la sua innocenza, ma quando aveva saputo che lo avrebbero trasferito da Cagliari a un carcere in Toscana ha ceduto». Luciana è rimasta sola con il suo dolore e con la responsabilità di quattro figli da mantenere con il suo lavoro all’ospedale di Carbonia: «Sono stati anni difficili – racconta – ma non ho mai perso la speranza di arrivare a una verità diversa da quella scritta dai giudici. Dopo la sua morte speravo che qualcuno parlasse, magari per il rimorso. Avevo ricevuto tanta solidarietà ma l’omertà a Carbonia ha prevalso. Chi sapeva – e che oggi sa ancora – è rimasto zitto» .
Il silenzio
In tutti questi lunghi trentasette anni ci sono stati tanti momenti in cui Luciana ha sperato che qualcuno si facesse vivo per aiutarla: «Quando Pirosu è scomparso, ad esempio, ho sperato in un supplemento di indagine. – dice – C’è chi dice che sia stato ucciso, ma non ci ho mai creduto. E se così fosse, da chi sarebbe stato ucciso? E perché? Da qualcuno che temeva che potesse parlare e rivelare nuovi dettagli su persone che fino ad allora aveva coperto?». La moglie di Licurgo Floris non riesce a darsi pace: «Dopo quasi 40 anni la tecnologia ha fatto passi da gigante, possibile che non ci sia nulla da rianalizzare con strumenti che allora non esistevano. Possibile che chi ha chiuso il caso non abbia il minimo dubbio di aver tralasciato qualche dettaglio?». L’appello della donna è a tutta la comunità di Carbonia: «Mi rivolgo anche alle ragazze di allora, che ora sono donne fatte, che forse erano presenti a quella cena, l’ultima alla quale partecipò Gisella prima di morire. O che forse semplicemente la frequentavano e avevano raccolto le sue confidenze. Parlino: molte persone di cui avevano probabilmente paura oggi non ci sono più. Devono trovare il coraggio di farsi avanti, fosse anche in modo anonimo: lo merita Gisella e lo merita la mia famiglia travolta ingiustamente da questo dolore».
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