Mister Asdomar sa distinguere il tonno rosso da un pinna gialla a colpo d’occhio, senza neanche avvicinarsi: «Ho lavorato in tutto il mondo. Ho trascorso diversi anni in Somalia, dove si pescava il tonno di corsa, lo stesso di Carloforte. Facevamo un prodotto magnifico», ricorda ora Adolfo Valsecchi, cavaliere del lavoro, presidente e amministratore delegato di Generale conserve, prima industria di Olbia e della Gallura per fatturato e seconda azienda italiana tra i produttori di filetti di pesce in scatola.
Una realtà costruita sulle ceneri della Palmera – era il 2008 quando si avviò la riconversione – che cresce in media del 6-7% all’anno e non vuole fermarsi: «Attualmente viaggiamo al 70% delle nostre possibilità. Abbiamo investito tanto sul processo produttivo, sull’organizzazione e sul fronte commerciale per aggiungere quel 30% che manca».
L’Isola rappresenta solo il 10% del business di Asdomar. Il resto deve necessariamente superare il Tirreno per arrivare sugli scaffali di tutta Italia. E qui il mare, da risorsa, diventa un ostacolo. Trasporti incerti e sempre più costosi incidono sullo sviluppo dell’azienda. Motivo per cui Valsecchi non ha avuto dubbi nell’aderire ad Ambasciatori di Sardegna, il progetto che riunisce le più importanti imprese dell’Isola. Tutte insieme per chiedere alla politica – Regione, Governo – una vera continuità territoriale delle merci. Tariffe eque e collegamenti certi.
Quando incidono i trasporti marittimi sul vostro bilancio?
«Tanto. Abbiamo fatto un calcolo che rende bene l’idea: se la nostra azienda si trovasse a Livorno, nel 2025 avremmo risparmiato 1,6 milioni di euro. Una somma che per noi avrebbe rappresentato un utile».
Per voi i rincari nei collegamenti navali non incidono solo sull’export.
«Importiamo la materia prima, cioè il tonno, e arrivano da fuori anche i barattoli di vetro e la latta che usiamo per il confezionamento. L’insularità è una doppia tassa: aumenta i prezzi finali, sia delle merci in entrata che di quelle in uscita».
Essere competitivi in queste condizioni è sempre più difficile.
«Siamo penalizzati sul fronte dei costi. Noi abbiamo un fatturato di 150 milioni, devo dire che riusciamo a superare meglio certe difficoltà. Ma penso a chi ha numeri diversi: su un bilancio di 20 o 30 milioni il gap insulare incide molto di più».
Come si può avvicinare l’Isola al resto d’Europa?
«Serve un cambiamento sul fronte della continuità territoriale, in particolare quella delle merci. In Corsica ci sono aiuti per svariati milioni di euro, lo stesso succede nelle Baleari. Noi chiediamo semplicemente di avere quello che è già realtà nelle altre isole dell’Ue».
Ha mai pensato di trasferirsi altrove?
«No. Ho trovato la fabbrica a Olbia e non la sposterei. Ho girato il mondo e devo dire che la manodopera sarda, discendente della gloriosa Palmera, brilla per dedizione. Loro crescono e noi cresciamo con loro. Puntando sempre di più sulla tecnologia».
A proposito: in Cina i robot umanoidi stanno sostituendo gli operai. Succederà anche nei vostri stabilimenti?
«Io penso che i prodotti di qualità abbiano bisogno del coordinamento e dell’esecuzione umana. Mettiamo a disposizione del nostro personale le migliori tecnologie, che consentono di essere più competitivi. Non sostituirei i nostri dipendenti con robot. Anzi: sto cercando in tutti i modi di aprire lo stabilimento ai giovani studenti, con l’alternanza scuola lavoro. Sarei disposto anche a istituire un servizio di navetta per portarli qui allo stabilimento».
Qual è la vostra strategia di crescita?
«Negli ultimi tempi abbiamo fatto diversi investimenti. Sul piano organizzativo, c’è un nuovo direttore di stabilimento. L’intenzione è quella di sviluppare macchinari che diano più efficienza e competitività. In parallelo, abbiamo rinforzato anche la parte commerciale, con un dirigente con base a Genova: questo ci permetterà di migliorare la distribuzione in tutta Italia».
Quanti dipendenti avete?
«Circa 300, considerando anche gli stagionali. Quasi tutti galluresi. Siamo molto legati a questo territorio, sotto tanti aspetti. Ogni anno collaboriamo con la Caritas e con la Croce rossa per sostenere le famiglie in difficoltà, doniamo i nostri prodotti».
Prima di fondare Asdomar ha portato Palmera ai vertici del mercato delle conserve ittiche: come è cambiato negli anni il settore?
«Ai tempi della Palmera non c’era ancora la concorrenza straniera. Oggi invece ci sono tante aziende spagnole che sono molto competitive, di grandi dimensioni e soprattutto hanno interessi legati alle navi da pesca. Possono contare su una filiera integrata. Anche noi vorremmo andare in quella direzione».
Cosa vede nel futuro dell’Isola dal suo punto d’osservazione?
«Il turismo sta aumentando. Anche se la Sardegna rappresenta solo una piccola parte del nostro mercato, abbiamo notato che i consumi stanno crescendo nei mesi di bassa stagione. Si è visto un incremento già a febbraio e marzo. E restano buoni numeri fino a novembre. Insomma: si vede che la stagione è diventata più lunga».
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