L’incontro

Ranieri e un feeling che non si è mai interrotto 

L’allenatore parla “da sardo” e si commuove: «Mi sento uno di voi perché sono schivo come voi» 

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Il più provvidenziale tra i moltissimi applausi della sera lo salva come farebbe il gong a un pugile che barcolla. «Ma quando ho pensato alla mia Isola...»: Claudio Ranieri si ferma, le parole gli si sbriciolano in gola sotto l’effetto della commozione. Se quello per Cagliari e la Sardegna non è amore vero, se per 38 anni quest’uomo ha finto, allora toglietegli riconoscimenti, cittadinanze onorarie e quant’altro, ma dategli un premio Oscar come miglior attore. No, Ranieri non finge e la gente lo sa.

L’abbraccio

Ieri, per un’ora e un quarto, a Sa Manifattura, torna a essere il beniamino del popolo rossoblù, secondo nella classifica del cuore dietro l’inarrivabile Gigi Riva, amato, apprezzato, perdonato, se è il caso. Luca Granella, scrittore piemontese trapiantato finalmente a Tortolì, Bruno Corda, voce di Radiolina per 28 anni, con la “complicità” dell’editore Giorgio Ariu, sfruttato al meglio la presentazione del libro “Claudio Ranieri in rossoblù - Le cinque stagioni di Re Mida” per una serata densa di vibrazioni e ricordi. La premessa di Ariu è necessaria: di questa vicenda si potevano fare due libri, non uno. Vale lo stesso per la serata. Impossibile dire tutto: «Io i libri che parlano di me non li ho mai letti. Questo ho iniziato a leggerlo: mi aiuta a ricordare quei tempi. Quanti anni sono passati? Trentotto?».

La scoperta

Ranieri arriva al Cagliari dopo averlo battuto (1-0) con il Campania Puteolana nel 1987-88: «Li vidi che si riscaldavano con poca voglia, facendo tocchetti colpi di tacco. Andai dai miei e dissi loro: entriamo in campo e ce li dobbiamo mangiare. Mi sentì Tonino Orrù. Poi fui esonerato. La stagione successiva il Cagliari cercò due allenatori di A che dissero no, pensarono a me. Quando a Pozzuoli si sparse la voce, Carmine Longo chiese informazioni ad Antenucci, osservatore che poi fu mio secondo. Lui riferì che si parlava male di me. Quando Longo seppe chi lo faceva, pensò: se questo non si è messo in combutta con questa gente, è una persona seria. Questo era Carmine Longo». E aggiunge: «Dopo la Serie C non potevamo permetterci di sbagliare un acquisto. Longo non confermò Coppola e mi diede Paolino e Rocco (due giovani), poi Piovani. Io pensai: siamo in B senza bomber. Ma lui capiva prima le cose e grazie a queste operazioni gli Orrù poterono rientrare nelle loro spese». Efisio Orrù, tra il pubblico, annuisce: applauso.

Il ritiro

Il primo ritiro è famoso per la durezza degli allenamenti. Tra i giovani aggregati alla prima squadra c’è Elia Salis. Oggi è Padre Salis e i proventi del libro andranno alla sua Comunità dei Padri Somaschi. «Evidentemente dopo quel ritiro ha cambiato idea», scherza Ranieri che lo aveva abbracciato a lungo. «Eravamo a Roccaporena di Cascia (il paese di Santa Rita, di cui Ranieri è devoto ndr ), c’era una salita così ripida che i giocatori dicevano che, arrivati su, vedevano la santa», racconta ancora. «Quando tornammo a Cagliari la sostituii con Monte Urpinu. I ragazzi erano disponibilissimi. Certe volte andavamo a correre in spiaggia, al Poetto. C’era anche goliardia ma una grande serietà».

Poco calcio

La serata scorre via veloce, si parla meno di calcio e più di valori. «Il calcio ha bisogno di storie belle», dice Granella. «Ranieri porta un valore umano straordinario, io lo seguo ancora», aggiunge Padre Salis. Bruno Corda lo stimola sulla scommessa da cui nacque “Calcio e solidarietà”, poi ricorda la sua disponibilità quando c’era da aiutare qualcuno, la sua immediata adesione a iniziative legate, per esempio, ai bimbi del Microcitemico. Il feeling è totale: «Mi sono sempre sentito vicino ai sardi perché sono anche io così, sono schivo. Fosse per me, starei seduto tra voi ad ascoltare».

I giovani

Bruno Corda lo stuzzica: «Sei disoccupato, torna a insegnare ai giovani». «Dopo tanti anni di Serie A, dove certe cose non si curano più, non sarei all’altezza», ribatte l’allenatore. «Il problema è un altro: alcune volte i genitori pressano troppo questi ragazzi, pensiamo tutti di avere in casa i nuovi Totti, Del Piero o Zola. I nostri figli sono caricati di responsabilità che non possono sopportare. Si devono divertire, devono imparare a rispettare le regole. Un giorno saranno uomini e se gli insegni a rispettare i compagni e le regole, a divertirsi, il tuo dovere di genitore lo hai già fatto. Poi se, hanno la stoffa, possono continuare, ma ricordiamoci che non è come la canzone: non uno su mille ce la fa, ma uno su diecimila. Ho un nipotino di 12 anni: io gli chiedo se si è divertito, se poi non ha giocato tanto non importa».

In provincia

Il feeling con la gente sarda si è cementato nei “giovedì fuori porta”: «Quando ero ragazzo, alla Roma, Helenio Herrera ci portava a fare le amichevoli intorno a Roma. Sapevo dei sacrifici che facevano i tifosi per venirci a vedere la domenica. Allora dissi: andiamo noi da loro, mi sembra una cosa giusta andarli a ringraziare. C’erano volte in cui restavamo dopo la partita, ci ospitavano a cena. Era un modo per creare unioni coi tifosi. Quando sono tornato, le regole erano cambiate e siamo riusciti a farlo una volta sola: mi è dispiaciuto molto». Poi, prende il microfono: «So che volete che vi firmi le copie...». Ranieri sa sempre quando è il momento di dire basta.

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