«Oggi entriamo in una casa. A curiosare, a guardare luci, architettura e design». Quella casa è il Palazzo Costa Marras, nella più intimistica esplorazione culturale fatta sinora dai Seminari sull’arte della manutenzione. Il genio di Ubaldo Badas come filo rosso, dalla Colonia dux del Poetto al cemento nel cuore di Cagliari, in una ricomposizione della memoria voluta, per un altro pomeriggio, dalla professoressa Maria Antonietta Mongiu e da Diana Zuncheddu (che ha aperto i lavori), presidente del Cda di Colonia hotel Srl, concessionaria della riqualificazione dell’ex Colonia dux. Nella sede storica de L’Unione Sarda, in viale Regina Elena 14, “una foto di famiglia e di una città intera”, come nel titolo dell’appuntamento di ieri, diventa il racconto di una Cagliari che «si ricostruì in fretta dopo i bombardamenti – ha detto Mongiu –, grazie a sindaci di tempra che volevano spostare il limite, ma anche grazie a imprenditori altrettanto coraggiosi». L’eredità di quell’età dell’oro è l’architettura del Novecento che «deve diventare museo», è l’appello.
La passeggiata
Ha iniziato Franco Masala, storico dell’arte, a togliere la polvere dagli archivi. “Negozi d’antan”, il titolo della sua relazione. Da via Manno, «la via commerciale per eccellenza», al suo prolungamento, il Largo Carlo Felice del Palazzo Costa Marras. «Molte insegne non ci sono più». Ecco le foto di Spatafora, ecco le immagini delle cartolerie Dessì, è un ricordo sbiadito anche la Sartoria Fratelli Ferrucci. Ancora: Signoriello e Silvio Loddo. «Solo dopo, dall’altra parte di Cagliari, i negozi hanno riempito via Garibaldi e via Alghero», ha proseguito Masala.
L’edificio
Il Palazzo Costa Marras andò a coprire «uno dei vuoti lasciati dalla guerra», ha detto ancora Masala. Prima di allora, Cagliari non aveva mai avuto uno spazio su più livelli dedicato tutto al commercio, idea di Agostino Costa Marras. È stata Viviana, la nipote, a mostrare le immagini degli interni, in un altro viaggio della memoria in cui Badas curò persino la forma di sedie e tavoli. Fuori anche i bassorilievi di Giuseppe Silecchia, sempre un’idea di Badas che «volle vetrate, non facciate normali: quella scelta – ha ricordato Viviana Costa Marras – suscitò molte critiche. A lavori finiti, andarono in massa a vedere il Palazzo. Ma nessuno poté negare, come nelle cronache dell’epoca, il frutto dell’inesauribile fantasia di Badas». Rispetto agli edifici dell’Ottocento, nel centro di Cagliari l’architetto non architetto «portò l’intuizione della luminosità, la leggerezza della costruzione e la sua verticalità». Anche il logo del negozio, «con lo scudo, l’elefantino e le iniziali C e M», fu estro di Badas.
La collaborazione
Scorrono le foto delle vetrine di Costa Marras. Ci mise del suo pure Maria Lai, «sebbene non ne abbia parlato praticamente mai», ha ricordato Mongiu. Tessuti intrecciati tra loro e con l’alta sartoria, i marchi di fabbrica dell’attività commerciale. «C’era la necessità di vendere – ha detto ancora Viviana Costa Marras –. Ma mio nonno Agostino, che un giorno mi consegnò le foto del Palazzo convertendomi nella custode della memoria di famiglia, era molto interessato a coltivare la bellezza, il valore dell’estetica. Questo era il senso della collaborazione con Maria Lai». Non fu Badas a concludere l’edificio. L’architetto aveva l’abitudine di buttare giù quello che non gli piaceva. «Un giorno l’impresario disse a mio nonno che i costi stavano lievitando. Concluse l’opera l’ingegnere Luciano Deplano». Con i Seminari sull’arte della manutenzione il nuovo appuntamento è per lunedì prossimo, sempre alle 18 nella sala Video on line. Si torna al Poetto, nella Colonia Dux di Badas, quando era un ospedale funzionante: lo racconteranno i medici che ci hanno lavorato.
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