L’emergenza

«La Francia sta vivendo un autunno caldo,  ma non è il nuovo ’68» 

Paolo Desogus, docente sardo alla Sorbona: «Le istanze dei giovani non hanno risposta» 

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La Sorbona chiusa da due settimane e nelle strade di una Parigi in fiamme la protesta che unisce studenti e gruppi sociali eterogenei. Secondo Paolo Desogus, cagliaritano, da tanti anni nella capitale francese, docente nel prestigioso ateneo della “rive gauche”, le immagini degli scontri raccontano soltanto una parte di ciò che accade: dietro la rabbia ci sono l’incertezza del futuro e richieste che il governo lascia senza risposta. «C’è una solidarietà abbastanza forte da parte dei docenti», spiega. Non è unanime, ma nasce anche dal riconoscimento di difficoltà comuni. Gli studenti hanno raccolto le istanze dei professori, sovraccarichi di lavoro e di incombenze amministrative che sottraggono energie alla didattica. A questo si aggiunge, osserva Desogus, una più generale insofferenza verso le massime istituzioni a partire dal presidente della Repubblica Macron,

Testimone

Ha visto da vicino le violenze e le devastazioni nelle strade di Parigi. «Ci sono stati scontri violenti, tentativi di costruire barricate, incendi per le strade. La città sta soffrendo tanto». Ma per comprendere la mobilitazione bisogna guardare alle sue origini. Il primo nodo, secondo Paolo Desogus, è il declino delle scuole e delle università penalizzate da finanziamenti sempre più risicati e da una gestione poco efficace. Poi c’è la crisi economica francese, che il professore lega al debito e alla perdita di influenza internazionale di un Paese che assiste al progressivo tramonto della sua grandeur. Un insieme di fattori che alimenta l’inquietudine dei giovani.

L’orizzonte

A rendere più cupo l’orizzonte è anche il discorso sul riarmo e sugli scenari bellici. «I ragazzi non vogliono avere come unico futuro possibile quello di essere dei militari in guerra». Paolo Desogus descrive un potere politico distante dalla società, incapace di dare risposte a una generazione che vede restringersi le prospettive. L’incontro tra liceali e universitari è significativo, ma il docente sottolinea soprattutto quello con i giovani immigrati sulla base di istanze comuni. In piazza ci sono anche i gilet gialli, portatori di un disagio che riconduce agli effetti delle politiche neo liberali. «Si stanno sommando crisi diverse, fronti di opposizione differenti». Una convergenza che rende il movimento più forte. Il disagio attraversa le aule e le piazze, in cerca di rappresentanza.

Le violenze

Gli scontri rischiano di oscurare le istanze di chi manifesta in modo civile. «La violenza c’è, l’ho vista con i miei occhi», riconosce. Il problema, sostiene, va affrontato alla radice: «Una parte della società è stata espulsa dal perimetro della discussione democratica». Le richieste dei ragazzi, secondo Desogus, restano fuori dal dibattito e questa esclusione alimenta reazioni scomposte. Una responsabilità che attribuisce alla chiusura di Macron e alle politiche neo liberiste degli ultimi anni. Nel confronto con l’Italia individua analogie, ma anche una maggiore solitudine dei giovani italiani. «Non hanno referenti politici» e la loro voce arriva con più difficoltà. Partiti e sindacati, nella sua lettura, non riescono a rappresentarne le istanze, mentre l’attenzione pubblica si concentra sulle proteste più che sui contenuti. La Francia vive un autunno caldo ma non è un nuovo Sessantotto. Allora il Paese viveva una stagione di crescita. Oggi, chiarisce il docente alla Sorbona, prevalgono declino economico e indebolimento delle tutele. «Parlerei dell’ottobre francese, dell’autunno, non della primavera o del maggio francese».

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