Gli scenari.

Ora l’ex fidanzato può davvero sperare nella revisione 

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La Procura di Pavia non ha mai presentato richiesta di revisione della sentenza di condanna di Alberto Stasi, come precisa con l’ultima chiusura indagini sul delitto di Garlasco, ma alla luce dei nuovi elementi investigativi la Procura Generale potrebbe muoversi in modo autonomo. È quel che spera la difesa dell’allora fidanzato di Chiara Poggi, condannato nel 2015 a sedici anni per il delitto (con la buona condotta potrebbe uscire nel 2028).

I suoi legali chiedono di «accertare tutte le responsabilità, perché quanto accaduto a Stasi non possa e non debba mai più ripetersi». Il riferimento è alle indagini dei carabinieri del Ris. Irreprensibili per l’ex generale Luciano Garofano, vent’anni fa comandante del Reparto, convinto dell’onestà dei suoi collaboratorie pronto a escludere irregolarità. Tanto più, ricorda, che «le analisi sono state fatte alla presenza dei consulenti di parte», particolare che a suo dire «sgombra il campo da qualsiasi dubbio». Di parere opposto Giada Bocellari e Antonio De Rensis, legali di Stasi, che parlano di «pagina triste per la giustizia» per quanto confortati dalla «capacità della giustizia stessa di rimediare».

Per presentare istanza di revisione serve un elemento di novità che sia idoneo a ribaltare il giudicato penale e dimostri che il condannato andava prosciolto. E le conclusioni della Procura di Pavia sembrano indicarne più d’uno. La scarpa del killer compatibile con quella di Sempio, unico indagato nella nuova inchiesta, ma anche il profilo genetico sul pedale della bicicletta. Inizialmente attribuito a Chiara Poggi, il giorno successivo «era risultato totalmente negativo», ma di questo elemento scoperto dai consulenti della difesa per «scagionare» Stasi non c’è traccia in alcun atto nei suoi confronti. Su questo dato, «che indirizzò irrimediabilmente le indagini del 2007, fu tuttavia costruito gran parte del castello accusatorio contro Stasi», insiste la sua difesa, compreso «l’inesistente scambio/sostituzione dei pedali nel 2014 e l’ipotesi di biciclette mai esistite, che ha poi trovato spazio nella sentenza di condanna a 16 anni di reclusione inflitta a Stasi».

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