Intervista.

«Oltre specchi e big data Il futuro va cercato nella memoria profonda» 

Padre Antonio Spadaro: tradizione è trasmettere il fuoco, non la cenere 

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Gesuita, sottosegretario del Dicastero per la Cultura e l’Educazione della Santa Sede, a lungo direttore della rivista “La Civiltà Cattolica”, Padre Antonio Spadaro è stato nei giorni scorsi ospite della quinta edizione di “Contemporanea”. Il programma, dedicato al confronto tra pratiche artistiche, ricerca filosofica e riflessione culturale, è curato da Arte Condivisa in Sardegna, rete di professionisti riunita attorno alla Fondazione di Sardegna. Tema il “Futuro Anteriore”, ovvero uno spazio per leggere il presente senza perdere di vista il passato.

Padre Spadaro, quando immaginiamo il futuro, quanto del futuro che immaginiamo è in realtà ancora memoria?

«Molto più di quanto crediamo. Pensiamo il domani con le immagini e le paure che già possediamo: anche le distopie che dominano il nostro immaginario nel cinema sono fatte delle paure del presente. Oggi poi siamo dominati dal pensiero della fine, dell’apocalisse, delle macchine che ci ammazzeranno tutti. Bisogna capire di quale memoria si tratti. Ce n’è una che ripete i dati: quella degli algoritmi, che proiettano in avanti i “dati già dati”. Facciamo le analisi delle probabilità: è il futuro estratto dal passato, la sua ombra statistica. E ce n’è un’altra che attinge al lontano passato perché scende fino all’origine, alla riserva di possibilità non ancora consumate. Qui in Sardegna lo mostrano i pozzi sacri nuragici, templi che si rivolgono al cielo e sprofondano nella roccia fino all’acqua viva: lì il futuro si attinge scendendo. Immaginare è ricordare in avanti. Gli antenati non stanno alle nostre spalle, ci stanno davanti».

La tradizione serve a proteggerci dal futuro o può darci gli strumenti per affrontarlo? E ancora: c’è una differenza fra conservare il passato e mantenerlo ancora vivo?

«Dipende da come la si abita. Usata come riparo dal futuro, la tradizione diventa una fortezza, e le fortezze prima o poi si svuotano. Vissuta, diventa un seme: Sciola interrava i suoi monoliti chiamandoli «semi di pace». Conservare e mantenere vivo sono gesti diversi. Si conserva in una teca: l’oggetto è protetto e nessuno lo usa più. Si mantiene vivo ciò che continua a generare forme, a essere cantato, danzato, discusso. Papa Francesco citava una frase attribuita a Mahler: la tradizione è la trasmissione del fuoco, non l’adorazione della cenere. La cenere si conserva; il fuoco va alimentato, accettandone il rischio».

Abbiamo ancora la capacità di desiderare un futuro che non sia semplicemente l’estensione tecnologica del presente?

«Sì, ma va allenata. Siamo diventati esperti del “crash test” del quotidiano. Eppure, siamo analfabeti del domani. Ci viene offerto un futuro ulteriore, misurato in aggiornamenti e nuove versioni: il presente prolungato. Gli algoritmi ci promettono ciò che vogliamo, ma un futuro su misura dei nostri desideri è uno specchio, e uno specchio diventato orizzonte è una prigione. Negli anni Ottanta Jenny Holzer fece comparire su un tabellone di Times Square la scritta “Protect me from what I want”, proteggimi da ciò che voglio. La tradizione spirituale dei gesuiti, che è la mia, lo sa da cinque secoli: la vita spirituale educa il desiderio senza sopprimerlo. Occorre distinguere il probabile dal possibile. Musil parlava di “senso della possibilità”. E il grande poeta irlandese Yeats scriveva che nei sogni comincia la responsabilità».

Come può la Chiesa diventare contemporanea senza perdere la propria identità?

«Nell’intervista che mi concesse nel 2013 per “La Civiltà Cattolica”, papa Francesco citò Vincenzo di Lérins, monaco del V secolo: la dottrina si consolida con gli anni, si dilata con il tempo, si innalza con l’età. È un organismo che cresce restando sé stesso. Per cambiare, una tradizione deve custodire la propria sorgente, che non coincide con le forme assunte nei secoli. Come nei pozzi nuragici, si scende nella roccia fino all’acqua viva: la Chiesa diventa contemporanea quando torna al Vangelo e da lì guarda il presente senza paura. Francesco diceva che il gesuita deve avere un pensiero incompleto, aperto; vale per tutta la Chiesa».

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