Guspini.

Montevecchio, gioiello da riqualificare 

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«Occorre riutilizzare alcuni edifici nel compendio di Montevecchio, favorendo l'investimento dei privati teso alla realizzazione di strutture ricreative e anche sanitarie per attirare giovani e meno giovani, per avere una consistente ricaduta economica. Bisogna eliminare quanto prima i vincoli di una legge regionale che impediscono l’assegnazione di locali a privati: l’ex spaccio Zely non si è mai potuto dare in concessione, tutti i bandi sono stati annullati in autotutela». È quanto suggerisce Sergio Montis, ragioniere per 43 anni nel Comune di Guspini oggi in pensione. «Nel corso della mia vita lavorativa sono stato testimone della visita di molti imprenditori nel nostro comune, ma non hanno mai avuto un sostegno reale. Gli assessori e gli amministratori di turno si sono sempre limitati a una stretta di mano. Serve allargare l’offerta a tutto l'anno. Affidare la gestione dei locali e siti minerari ai privati deve essere la politica per attirare capitali, (con concessioni a medio e lungo termine) e investire in iniziative economiche come centri benessere, sedi di studi universitari permanenti su ambiente, architettura, flora, fauna e valorizzare la rinascita del villaggio Righi, favorendo manifestazioni eno-gastronomiche con i prodotti locali».

Secondo Emanuele Levanti, tour operator che opera a Montevecchio, «il territorio ha disperato bisogno di nuovi operatori economici che vogliano credere nel suo sviluppo , garantendo continuità occupazionale e salvaguardia ambientale. Le Dighe di Zerbino e Donegani sono un bene pubblico, sia in termini di storia, sia di riserva idrica a tutela degli incendi e di disponibilità di acqua per gli animali presenti nel Sic “Montevecchio-Piscinas”. E poi sappiamo tutti che senza una viabilità adeguata, il turismo organizzato non potrà mai prendere seriamente in considerazione l'investimento promo-commerciale su questa località, riconoscendola e trasformandola in una reale destinazione turistica».

L’ex sindaco Tarcisio Agus dice: «A trentacinque anni dalla chiusura delle miniere, il patrimonio minerario della Sardegna sta crollando sotto gli occhi di tutti, vittima di abbandono istituzionale e irresponsabilità politica. Ciò che avrebbe dovuto essere tutelato come un bene identitario e strategico è stato lasciato marcire, cancellando memoria, opportunità e futuro. È inaccettabile che un’eredità di tale valore venga sacrificata all’inerzia e all’incapacità di chi aveva il dovere di proteggerla».

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