Il caso

«Ora un negoziato con il Governo per liberare il demanio militare» 

Scanu (Pd) alla Giunta: la battaglia deve andare avanti, non si possono accettare logiche centralistiche e di rapina 

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«È un sussulto di dignità che restituisce un barlume di speranza nella politica». Sono le sei di sera quando FdI, da Roma, ufficializza il ritiro della proposta di legge che avrebbe privato la Sardegna del diritto di controllo sui 35mila ettari di servitù militari. Esattamente quello che reclamava Gian Piero Scanu. «Si volevano modificare disposizioni normative frutto di una conquista storica». Era il 2018. Scanu stesso contribuì al traguardo. Da deputato (dem), per quasi tre anni aveva presieduto la Commissione d’inchiesta sull’uranio impoverito (e prima si era occupato di Difesa da senatore): a partire dagli esiti quell’attività, il Parlamento riconobbe alla nostra Regione il potere di verifica sui poligoni.

Era un colpo di mano su ordine di qualcuno?

«Difficile pensare che una revisione così importante nascesse dalla riflessione solitaria di una deputata (Paola Chiesa, di FdI). La portata del provvedimento risultava talmente drastica e audace da rappresentare una volontà politica ben più ampia di quella apparente. Tutto faceva pensare a un intervento maturato negli Stati maggiori e al Ministero. Ciò che colpiva, oltre alla sciagurata prospettiva, era il pretesto addotto: la necessità della legge trovava giustificazione negli attuali scenari di guerra. Una presa in giro con argomentazioni meritevoli di credito solo laddove si rinuncia all'esercizio della ragione».

Il caso si chiude qua?

«Affatto. Non solo non va abbassata la guardia ma la Regione deve aprire subito un negoziato sul demanio militare, per eliminare i vincoli che ancora insistono a terra e in mare».

Il Comipa, il Comitato paritetico che ha acceso i fari sulla proposta di legge, non è stato morbido con Todde e alleati. Hanno accusato la Regione «di scarsa o nulla collaborazione».

«Insieme al Professor Pigliaru, che da governatore impose alla Difesa l’inamovibile volontà di difendere il territorio sardo militarizzato, abbiamo espresso da subito solidarietà al Comipa, vissuto da sempre come qualcosa di fastidioso. La politica sarda, dal canto suo, non sempre ha difeso il patrimonio identitario e di dignità».

Cosa la preoccupa di più?

«La mancanza di consapevolezza del significato etico, prima ancora che politico, di questo tipo di battaglie. Tutto il resto scompare rispetto a uno Stato che crea un hub sardo per il 41 bis e individua nella Sardegna quasi il 70% delle servitù militari nazionali. Uno Stato che scarica sulla nostra Isola centinaia di torri eoliche e di fattorie fotovoltaiche. Concentrazione e sfruttamento per interessi ed esigenze che con i sardi non hanno niente a che vedere. Tutto questo costituisce una mentalità non solo centralista ma anche predatoria e di rapina».

Adesso il potere di verifica che la Sardegna può esercitare sui poligoni è salvo.

«Quella norma, che nel 2018 venne inserita in un articolo della Finanziaria, ha determinato una rete di controlli incrociati e sovrapposti. Un impianto di altissima efficacia, almeno potenziale, dal punto di vista medico, sanitario e ambientale, a tutela di uomini e animali. Dalle munizioni sparate all’obbligo di bonifica immediata. Si aggiunga che in quegli stessi anni la Regione concordava con la Difesa il coordinamento delle attività militari. Commissione parlamentare e Giunta si erano opposte alla privatizzazione di una parte importante del territorio sardo».

Qual è il lascito più importante dell’inchiesta sull’uranio impoverito?

«Il riconoscimento del nesso tra esposizione a certi materiali bellici e l’insorgenza di specifiche patologie. La nostra relazione sta facendo giurisprudenza, finalmente. Dopo il Consiglio di Stato, anche tanti tribunali stanno permettendo ai militari o alle famiglie dei soldati deceduti di vedere riconosciuto il diritto a una qualche forma di indennizzo. I morti acclarati sono oltre 700, diverse migliaia i malati».

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