Il caso.

Martellate sulla croce, la condanna di Netanyahu 

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Hanno fatto il giro del mondo le immagini scioccanti del soldato israeliano intento a vandalizzare a colpi di martello una statua di Gesù nel villaggio cristiano di Debel nel sud del Libano. «Un grave affronto alla fede cristiana» che si inserisce in «altri episodi segnalati di profanazione di simboli cristiani nel Libano meridionale», ha dichiarato il cardinale Pierbattista Pizzaballa in una nota a nome dell'Assemblea degli Ordinari cattolici di Terra Santa.

«Un episodio inaccettabile che auspichiamo non si ripeta mai più», ha scritto il ministro degli Esteri Antonio Tajani su X, accogliendo positivamente la condanna giunta «con grande fermezza» dall'omologo israeliano Gideon Sa'ar, a cui è seguita quella del premier Benyamin Netanyahu, che si è detto «scioccato e addolorato. Condanno l'atto con la massima fermezza. Le autorità militari stanno conducendo un'indagine penale sulla questione e prenderanno severi provvedimenti disciplinari contro il responsabile», ha aggiunto il primo ministro israeliano, esprimendo «rammarico per il dolore causato ai fedeli in Libano e in tutto il mondo».

Anche Mike Huckabee, ambasciatore americano in Israele e reverendo evangelico con posizioni notoriamente filoisraeliane, ha richiesto «provvedimenti rapidi, severi e pubblici». L'episodio è avvenuto domenica nella piccola comunità cristiano-maronita che, anche dopo la tregua scattata giovedì scorso, si trova in un'area ancora controllata dall'esercito israeliano. Durante la fase bellica sul fronte libanese, iniziata il 2 marzo con l'ingresso di Hezbollah in guerra a sostegno dell'Iran, Debel, circa 1.700 abitanti, insieme ad altri villaggi drusi e cristiani, aveva mantenuto una presenza in loco concordata con le autorità israeliane, proprio in virtù dell'interazione tra le parti risalente al periodo antecedente al ritiro del 2000.

Ma, durante l'ultima escalation, i villaggi cristiani sono rimasti in diverse circostanze vittime del fuoco incrociato tra Idf e Hezbollah, come nel caso del parroco di Qlayaa Pierre al-Rahi, ucciso da spari dell'Idf il 9 marzo. L'esercito israeliano ha individuato lunedì il soldato responsabile dello sfregio dell'icona sacra, e annunciato l'apertura di un'indagine approfondita per azioni che «non sono coerenti con i valori dell'Idf».

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