L’analisi.

L’Isola spreca metà della sua acqua 

Disperso il 52,8% delle risorse idriche messe in rete, la media nazionale è 42% 

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In Italia il 42% dell’acqua potabile immessa in rete viene dispersa, con un costo stimato di 9,8 miliardi all’anno. Lo rileva l’ufficio studi della Cgia, citando dati Istat 2022, in piena emergenza idrica estiva. E la Sardegna purtroppo si conferma fra le regioni più sciupone: quarta nella classifica dello spreco, l’Isola vede andare perduto più di un litro d’acqua ogni due che ne immette in rete. Per essere più precisi va disperso il 52,8% delle risorse messe quotidianamente a disposizione degli utenti, ovvero 224 litri sui 424 pro capite che ogni giorno sono immessi nelle reti.

Le cause

In tutta Italia complessivamente la situazione è comunque grave: ogni giorno si perdono 157 litri per abitante. In totale, nel 2022, si sono persi 3,8 miliardi di metri cubi di acqua. Le cause principali sono le rotture nelle condotte, l’età avanzata degli impianti, gli errori di misurazione dei contatori e gli allacci abusivi. Le città con le perdite più elevate sono Potenza (71%), Chieti (70,4%), L'Aquila (68,9%), Latina (67,7%) e Cosenza (66,5%). Le più virtuose sono Como (9,2%), Pavia (9,4%) e Monza (11%). Nel Sud non mancano però eccezioni positive: Lecce si ferma al 12%, meno di Milano (13,4%). A livello regionale la Basilicata registra la dispersione più alta (65,5%), seguita da Abruzzo (62,5%) e Molise (53,9%), mentre l’Emilia-Romagna è la più virtuosa (29,7%) davanti a Valle d’Aosta (29,8%) e Lombardia (31,8%). Il Lazio è la regione con il costo economico delle perdite più elevato: 1,5 miliardi, seguita da Sicilia e Lombardia con poco più di un miliardo ciascuna. La Sardegna in questo caso si piazza a metà classifica: è undicesima con perdite stimate in 436 milioni annui.

La ricetta

L'Italia è il paese Ue con il prelievo idrico più alto: 36,5 miliardi di metri cubi nel 2023, davanti a Spagna (33) e Francia (26). Il 49% va all’agricoltura, il 23% agli usi civili, il 18% all’industria e il 10% alla produzione di energia elettrica. La crisi colpisce settori del manifatturiero come estrattivo, tessile, petrolchimico, farmaceutico, ceramica e carta. La Cgia chiede un piano infrastrutturale urgente che includa il recupero dell’acqua piovana — oggi solo al 10% — vasche di laminazione, invasi e grandi adduzioni. «In questa fase di cambiamento climatico - avverte l’istituto - sono necessari un piano infrastrutturale serio, investimenti immediati e la volontà politica di agire ora, non domani».

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