L’intervista

«L’Einstein telescope piace alla Svizzera» Ma l’eolico è bocciato 

Nell’Isola l’ambasciatore Roberto Balzaretti: «Per noi la Sardegna è una grande opportunità» 

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L’ambasciatore elvetico è “In cammino con la Svizzera in Sardegna”, come nel titolo del tour diplomatico che da qui a due anni lo porterà in giro per tutte le venti regioni d’Italia. Nell’Isola la sesta tappa, in questi giorni. Per missione professionale, il Bel Paese va compreso nelle sue pieghe. Ma c’è anche «da far conoscere la Confederazione», dice Roberto Balzaretti, classe 1965, ticinese di Ligornetto. L’italofono, per una questione di confini. L’ambasciatore è cresciuto con Varese dall’altra parte della strada.

Che impressione le ha fatto la Sardegna?

«La conoscevo già. C’ero stato una prima volta tanti anni fa, a Santa Margherita di Pula. Dicevano che qui non piovesse mai: non vidi il sole per una settimana. Non fu uno choc ma quasi (scherza). Più di recente sono stato a Sant’Antioco e nel nord dell’Isola. La Svizzera è molto interessata a collaborare sul futuro Einstein telescope, che sarà la più grande infrastruttura sotterranea d’Europa. Ci piace molto anche il progetto di Nuraxi Figus, la miniera (di Gonnesa) da convertire in data center, a un chilometro di profondità, dove passa pure l’acqua con cui i server verrebbero raffreddati. Ho apprezzato la passeggiata a Molentargius, una zona umida di straordinario valore e bellezza».

Ha già preso contatti?

«Per noi uno Stato non fa impresa, ma getta ponti, apre porte e tesse relazioni. Vogliamo creare opportunità e sviluppare intelligenze. Facciamo diplomazia di prossimità: andiamo nei territori e costruiamo occasioni per le aziende private ma anche per le università e il mondo della ricerca. La visita all’Arst è per via dei treni a idrogeno acquistati dall’azienda regionale: sono di fabbricazione svizzera (prodotti dalla Stadler). In Italia è la Lombardia, per ovvie ragioni geografiche, il nostro mercato di riferimento. La nostra India. Ma in Sardegna e in generale nel Sud ci sono maggiori margini per investire».

L’esperienza nell’Isola di Sider Alloys, con sede a Lugano, frutti non ne ha portato: il rilancio dell’alluminio a Portovesme è al palo.

«Non sempre ci sono condizioni di mercato facili».

Con l’Einstein telescope è diverso?

«La Svizzera, attraverso il Cern (periferia di Ginevra, il più importante laboratorio di fisica delle particelle al mondo), sta seguendo attivamente la realizzazione del progetto sulla rilevazione delle onde gravitazionali. Vogliamo continuare a dare un contributo alla creazione di questa comunità internazionale di lavoro. Le scienze di base sono una delle nostre eccellenze insieme alla tecnologia medica, alle biotecnologie, alla farmaceutica, all’elettronica di precisione e al nuovo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Facciamo un dono a ogni regione che visito: nel Municipio di Cagliari lasciamo una panchina sostenibile, creata con materiale non più riciclabile, tra cui le pale eoliche. È un amalgama che si ottiene da un granulato. Poi si fa la stampa in 3D. Per noi quella panchina, che dondola leggermente, è il simbolo del confronto: sedersi l’uno accanto all’altro per trovare insieme un punto di equilibrio e un cammino condiviso».

A proposito di aerogeneratori, la Sardegna rischia la devastazione di ambiente e paesaggio. La Svizzera come se la passa?

«Da noi nemmeno in cinquant’anni si otterrebbe un’autorizzazione: le pale eoliche vengono considerate brutte e rumorose. In ogni caso, da noi sul destino di un territorio decide la comunità locale. Chi viene governato incide nelle scelte, non ci sono decisioni calate dall’alto da chi governa. Le nostre sono vere autonomie: siamo federalisti, non ci piace il potere centralizzato. Certo, questo comporta discussioni interminabili, ma anche l’assunzione di responsabilità da parte di ogni singolo cittadino».

Ritiene che il vostro federalismo sia la forma più avanzata di democrazia?

«Senza la partecipazione di tutti la nostra Confederazione non esisterebbe. La popolazione in Svizzera aumenta di migliaia di abitanti ogni anno. Invecchiamo anche noi ma in venticinque anni siamo cresciuti del 25%, passando da sette a nove milioni di residenti, di cui due e mezzo di stranieri. Di questi, quasi il 70% è europeo».

Come ricorda pure il console onorario della Svizzera a Cagliari, Alberto Vespa, nella Confederazione elvetica vivono 40mila sardi. Tra i 10mila nati nell’Isola e gli emigrati di seconda e terza generazione. La comunità si fa sentire?

«Per noi sono tutti svizzeri. E tutti si sentono svizzeri. Siamo rigorosi sugli ingressi: l’immigrazione va controllata, bisogna prestare attenzione all’equilibrio sulla crescita. E ci teniamo anche al rispetto delle regole: all’inizio possiamo sembrare inflessibili, l’integrazione appare rigida. Ma il sistema funziona: prima si apre una scuola, poi c’è bisogno di un supermercato e così si avanza nella costruzione di nuove comunità. Sicuramente il nostro modello non sarà mai quello di proteggerci dall’arrivo degli stranieri. Questa idea, seppure praticata anche in Europa, non è la migliore idea».

Perché l’Ue non è di vostro gradimento?

«L’Europa non ci è invisa. E abbiamo la consapevolezza che da soli non sappiamo fare molto meglio. Anzi: se domani andassero via i tanti medici italiani, francesi e tedeschi della nostra sanità, che paghiamo bene ma sono indispensabili, dovremmo chiudere gli ospedali. Semplicemente sul piano economico abbiamo scelto di fare affari con tutti, mantenendo con chiunque un identico distacco. Dai nostri cantoni si guarda con sospetto Berna, figuriamoci Bruxelles (ride). Indubbiamente abbiamo tutto l’interesse a che l’Unione funzioni bene, visto che vale il 60 per cento dei nostri scambi commerciali».

Lei vede efficienza e pragmatismo a Bruxelles?

«Abbastanza. Il mercato interno, per esempio, funziona. Ma forse sarebbe bene differenziare tra persone e merci».

Crans-Montana è una ferita aperta tra Italia e Svizzera?

«A ridosso della tragedia lo è stata ma temo che per le vittime e i loro cari purtroppo continuerà a essere così. Anche noi abbiamo sofferto moltissimo, con ventuno ragazzi morti. Alla ripresa delle lezioni, in alcune classi erano rimasti cinque alunni. Adesso ci sarà un processo, bisognerà seguire l’iter complicato dei risarcimenti. Ci vorrà tempo. Di alcuni sopravvissuti bisognerà occuparsi per tutta la vita, viste le conseguenze delle ustioni sul corpo».

Segue il calcio?

«Sì, certo, mi piace».

Sa che Alessandro Romano, giovane sorpresa del Cagliari, ha creato un caso tra Svizzera e Italia per via del suo doppio passaporto? È ricercato da entrambe le Nazionali e lui avrebbe scelto quella azzurra.

«Sì, ho saputo. Spero che riesca a qualificarsi per i prossimi Mondiali».

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