L’Intervista

«Le nuove tecnologie, sfida da accogliere per la Chiesa di oggi»  

«Mi hanno colpito l’amore e il calore dell’Isola» L’allarme sull’abbandono scolastico in Gallura  
Olbia 15-1-2026. Il Vescovo della diocesi di Ampurias e Tempio, Dom Roberto Fornaciari. Foto Antonio Satta.
Olbia 15-1-2026. Il Vescovo della diocesi di Ampurias e Tempio, Dom Roberto Fornaciari. Foto Antonio Satta.
Olbia 15-1-2026. Il Vescovo della diocesi di Ampurias e Tempio, Dom Roberto Fornaciari. Foto Antonio Satta.

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La grande sfida della Chiesa è essere nel mondo. Non chiudersi alla rivoluzione della tecnologia, imparare i linguaggi contemporanei, uscire dalle parrocchie per stare tra la gente. Ad invitare a vivere nel mondo è un monaco benedettino che, dopo una vita nel monastero di Camaldoli, due anni fa è diventato vescovo di Gallura e Anglona. Roberto Fornaciari, 62 anni, nel Te Deum di fine anno dalla cattedrale di Tempio ha parlato di sfide da raccogliere. Globali e locali.

La Diocesi di Tempio-Ampurias è in un territorio di grandi contrasti, ricchezza e povertà, spopolamento e crescita. Come li affronta la Chiesa?

«Le caratteristiche economiche hanno ripercussioni anche sul piano pastorale. A maggio l’alta Gallura tende a svuotarsi e le persone si spostano verso la costa per lavorare, le normali attività pastorali già a maggio devono terminare. Soprattutto spariscono i giovani. Purtroppo in alcune famiglie si crea l’illusione di potersi mantenere col lavoro stagionale di 5 mesi e disoccupazione nel resto dell’anno. Molti giovani lasciano la scuola per questo, non arrivano a prendere un diploma per il guadagno facile e questo non porta niente di buono, sono illusioni, come è un’illusione che un certo stile di vita sia alla portata di tutti. Questo porta a una ricaduta di depressioni, uso compensativo della droga e addirittura suicidi. Bisogna, quindi, interrogarsi su cosa vogliamo costruire. Nessuno nega lo sviluppo ma è una realtà a due facce e bisogna tenerle presenti entrambe».

Che risposte cercano i giovani?

«I giovani oggi in parrocchia non ci sono e quelle risposte non le cercano nella Chiesa. Lo scorso anno è stata fatta un’indagine sul mondo giovanile, il parroco non è un punto di riferimento e il professore è appena più su. Cercano un senso della vita che si incanala per altre strade ed è difficile da intercettare e non solo per la Chiesa. Se andiamo avanti come abbiamo sempre proceduto, viaggiamo in mondi paralleli. Li vediamo solo nei momenti tristi come i funerali. Sono presi da mille altre cose. La vita, le relazioni, si vivono sui social. Noi siamo fuori, ed è una questione antropologica, un mondo nuovo nel quale bisogna stare».

Lei ha parlato della tecnologia come sfida per la Chiesa.

«Sì. Una sfida per noi difficile, ma da accogliere perché la nuova tecnologia può essere una ricchezza, c’è chi all’interno della Chiesa ha più familiarità, alcuni molti bravi, ma nella maggioranza dei casi l’uso è abbastanza elementare. Sono strumenti realizzati dagli uomini, non sono cattivi, come qualsiasi strumento dipende da come lo usi. Per quanto riguarda l’intelligenza artificiale dobbiamo aspettarci un grande sviluppo, penso alla medicina. Per altro verso però ci può ingannare, fa diventare difficile distinguere il falso dal vero. Serve formazione ed educazione».

Come si può governare questo processo?

«Anzitutto bisogna esserci dentro per capire, cogliere appieno le potenzialità. Personalmente ritengo che tutto questo debba andare insieme col frequentare il mondo del libro, della parola scritta. Bisogna darsi delle regole per non perdere noi la capacità di orientarci nel mondo. Non è facile mettersi in discussione, dire che non va più bene quello che hai fatto finora, ma è necessario».

Anche per quanto riguarda il modello di presenza, come ha evidenziato nel Te Deum?

«Sta entrando in crisi un modello che vedeva l’opera come centro dei nostri servizi, le scuole, la Caritas, la mensa. Prima manifestavamo la missione in queste opere concrete. Ora dobbiamo imparare a svolgere la nostra missione al di là di queste strutture, essere presenti nel mondo. Bisogna essere flessibili, leggeri, non puoi restare in parrocchia e aspettare che la gente venga, una pastorale di prossimità prevede che sei tu che devi andare dove la gente è. Questa è una grande sfida che comporta processi di cambiamento interiori e mentali: mescolarsi con la realtà».

Cosa c’è dietro la crisi delle vocazioni?

«Non è un fenomeno nuovo, comincia già dagli anni Sessanta. Il primo fattore è la diminuzione delle nascite, se prima in una famiglia numerosa, i genitori erano contenti che un figlio facesse il prete, ora chi ha due figli non incoraggia certamente. È venuta a mancare la promozione sociale e tutto questo, soprattutto al nord, è molto chiaro. Prima si entrava in seminario molto presto. Ma un ragazzo fino a una certa età non può fare una scelta di fede definitiva, proprio per come funziona il cervello come ci dicono le neuroscienze. Più in generale, oggi nelle persone c’è la crisi del per sempre che riguarda anche il matrimonio».

Una crisi esistenziale?

«È in crisi la scelta dello stato di vita. Un’incertezza generale, psicologica. Siamo stressati, presi da dubbi che prima non avevamo, problemi nuovi che non sappiamo come affrontare. La Chiesa, tradizionalmente, ha bisogno di tempi lunghi per affrontare i problemi. La Chiesa non dà risposte tecniche come l’intelligenza artificiale, dà risposte sul senso delle cose e per ragionare sul senso delle cose devi porti il problema, si ragiona per anni».

Lei viene da una vita in monastero. Come ha affrontato il passaggio alla realtà della guida di una Diocesi?

« Dopo tanti anni di vita monastica mi si è offerta la possibilità di fare un’altra esperienza al servizio della Chiesa. Io non sapevo neanche dove fosse la Diocesi di Tempio Ampurias. La mia vita è cambiata completamente. A 24 anni ho lasciato una famiglia numerosa e ho trovato una comunità e da allora ho sempre vissuto in comunità. Qua mi sono trovato solo. Dopo 36 anni che vai pregare in gruppo, mangi insieme agli altri, hai un modo collettivo di vivere la vita. Mi manca il condividere momenti di vita quotidiana, la preghiera, i pasti, le occasioni di scambio, il contributo alla meditazione personale».

Come è stato il suo approccio con la Sardegna?

«Dal punto di vista religioso, ogni comunità ha il modo di esprimere la propria religiosità. Devo cercare di entrarci dentro e capire il modo del sardo di viverla. Le processioni del Santo Patrono, per esempio, più o meno spettacolari e organizzate, altrove non si usano più. Qua ce ne sono tante, comprese quelle delle chiese campestri. Il rischio è che si riduca l’aspetto spirituale.Più in generale mi ha colpito la bellezza del territorio. Scontata quella del mare, lo sanno tutti, ma anche il paesaggio delle zone interne, così diverso dagli altri paesaggi montani come quello appenninico dove vivevo io. E poi mi hanno colpito l’accoglienza e il calore umano».

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