L’intervista

«Federalismo fiscale e riforme vere per l’Isola» 

Su energia e trasporti «la Regione non ha i poteri per decidere, serve un nuovo Statuto, non leggi farsa» 

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Combatte l’immobilismo della politica a suon di numeri, analisi e proposte. Contesta l’indipendentismo che guarda all’estrema sinistra e quello populistico di certi esponenti della destra, si definisce un liberale, e ritiene che questa ideologia si sposi con l’aspirazione ad una Sardegna sviluppata, autonoma, federalista e in futuro, magari, realmente indipendente. Adriano Bomboi, 44 anni di Siniscola, studi in Giurisprudenza e Relazioni internazionali, saggista e animatore del sito internet “Sa Natzione”, portale di “Critica, informazione e comunicazione politica”, studia i numeri, guarda alle altre realtà come Malta, Taiwan, Scozia e Catalogna e parla dei problemi della Sardegna. Tutto questo fa da contorno a nuove iniziative: insieme ad imprenditori, professori e professionisti sardi sta dando vita a una associazione culturale di ispirazione europeista e sardista: “Sardegna Federale”, con quasi 200 associati.
Lei si definisce indipendentista ma nei suoi libri parla anche di liberalismo e sviluppo economico più che di rivendicazioni.
«L’obiettivo è lo sviluppo economico dell’Isola, mentre l’indipendenza oggi non è ancora possibile e non è una tappa obbligata. L’attività del sito e delle pubblicazioni nascono da un’idea di fondo: la situazione economica e politica della Sardegna soffre di un certo immobilismo. Non si fanno le riforme necessarie, ad iniziare da quella dello Statuto che dovrebbe introdurre cambiamenti essenziali. L’indipendentismo fino a oggi si è orientato su posizioni di sinistra radicale o populistiche, mentre la mia idea è di fornire un’alternativa liberale nella galassia sardista».
Ha dei modelli precisi?
«Sulla scia di Tuveri, Todde, Bellieni e Friedrich von Hayek, non esiste una singola ricetta di riferimento, ma osservo con attenzione le varie esperienze istituzionali di Svizzera, Malta, Singapore e Taiwan, nonché le posizioni europeiste degli indipendentisti catalani di Puigdemont e quelle degli scozzesi dell’Snp».
Insomma, niente lotte di piazza e manifestazioni, ma posizioni più pacate.
«Forse un giorno i sardi saranno indipendenti, ma ciò potrebbe avvenire solo a seguito di un processo incentrato su diritti e doveri nell’uso della spesa pubblica, e all’interno dell’Unione Europea, baluardo contro un mondo instabile. Crediamo sia necessario avviare riforme per migliorare l’assetto istituzionale e l’economia, per esempio attraverso un’istruzione migliore. Insomma, percorsi che richiedono anni».
E autonomismo e federalismo in che modo possono far parte di questo processo di riforma?
«Sono due strumenti che si intersecano nel processo di riforma dello statuto sardo. Vogliamo aiutare l’Italia a crescere, non a smantellarla. Ad esempio, il federalismo fiscale interessa tutti poiché consentirebbe di attirare investimenti e competenze. Dinamiche da abbinare al potenziamento della nostra formazione, promuovendo un vero cambiamento in cui autonomismo e federalismo rappresentano un futuro passaggio verso l’indipendenza».
Il concetto di federalismo fiscale oggi, però, fa pensare all’autonomia differenziata e non sempre il giudizio è positivo.
«L’autonomia potrebbe esprimersi al meglio in un’Italia federale, come accade nel modello elvetico. Sarebbe un sistema molto utile per la Sardegna. Mi riferisco ad una fiscalità asimmetrica: in sostanza, ogni territorio esprime un proprio sistema fiscale autonomo in base alle sue necessità. Esempio: se in Barbagia non ho i vantaggi delle economie costiere, potrei utilizzare la leva fiscale per attirare attività produttive, non solo nuove ma anche consolidate, rendendole realmente competitive e non assistite. Contrastando così anche emigrazione e spopolamento. Urge pure una riforma del Titolo V della Costituzione».
E quali sono secondo lei i settori sui quali bisogna puntare? Tutti parlano di turismo e agricoltura per l’Isola.
«In un modello che funzioni veramente non si può non diversificare e puntare sulla crescita del capitale sociale. Servono tutti i settori, primario, secondario e terziario. Puntare solo su turismo o agricoltura è fallimentare, sono modelli a bassa produttività per Paesi poveri che guardano a nuovi step di sviluppo, come l’Egitto o il Marocco. Serve un’evoluzione. Taiwan ha puntato sulla tecnologia, ma per innovare serve capitale umano. Catalani e scozzesi per esempio non disdegnano di guardare persino al settore bellico perché porta investimenti e innovazione».
C’è il rischio però di finire in mano alla speculazione, come sta accadendo nel settore energetico.
«La speculazione va combattuta, ma si verifica perché la Regione non ha i poteri per decidere. Serve un nuovo Statuto, non una legge farsa, tenuto conto che senza energia alcuni settori industriali non sopravvivono».
Anche senza trasporti l’Isola non può essere autonoma e indipendente.
«Infatti, i trasporti funzionano dove c’è un’economia sviluppata. Le pare che la Gran Bretagna abbia bisogno della continuità territoriale? Eppure è un’isola, come la Sardegna. La continuità serve in fase di sviluppo, ma oggi continuiamo a proporre modelli che finiscono per creare concentrazioni di mercato, con alti costi e inefficienze a danno dei passeggeri. Servono modelli più dinamici, forse come in Spagna, in cui i consumatori possano scegliere, e le sovvenzioni vadano a chi realmente offre il servizio migliore sul mercato senza produrre monopoli».

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