Sono ferite aperte nel tessuto della città. Da oltre ottant’anni raccontano la distruzione dei bombardamenti del ’43 e un dopoguerra che, in molti casi, non si è mai davvero concluso. Sono vuoti urbani: aree dove un tempo sorgevano palazzi, case ed eleganti cortili, cancellati dalle bombe e rimasti sospesi tra l’interesse pubblico di ricucire il Centro storico e il diritto dei privati che ne detengono ancora la proprietà. È proprio questo equilibrio irrisolto, tra memoria, vincoli e sostenibilità economica, ad aver impedito finora di restituire un volto a molti degli spazi lasciati dalla guerra.
Il tour
Castello è il quartiere che più di ogni altro conserva queste assenze. Camminando tra le sue vie strette e compatte, all’improvviso le facciate si interrompono: si aprono piazze, parcheggi sterrati, giardini incolti. Non sempre slarghi progettati, ma le impronte degli edifici distrutti dalle bombe. Entrando da Porta Cristina e percorrendo via Pietro Martini se ne incontrano diversi. Piazza Indipendenza occupa lo spazio dove un tempo sorgeva un palazzo. Proprio davanti resta una facciata mutilata, con le ringhiere di un balcone ancora aggrappate al vuoto e un grande albero cresciuto dove un tempo c’era il tetto. In piazza Carlo Alberto, invece, il vuoto lasciato dal bombardamento è diventato un parcheggio a cielo aperto accanto all’arco superstite di Palazzo Falqui-Pes, finito in polvere. Nessun luogo, però, racconta meglio questa storia di Palazzo Aymerich, tra via dei Genovesi e via Lamarmora. Un tempo dimora dei marchesi di Laconi, era uno degli edifici più prestigiosi del quartiere e attraverso il Portico Laconi metteva in comunicazione le due strade. Oggi resta un rudere invaso dalla vegetazione, simbolo di una vicenda che da vent’anni si trascina tra progetti, ricorsi e vincoli. Dopo aver acquistato l’area dagli eredi Aymerich, una società aveva presentato un progetto di recupero per la ricostruzione dell’edificio e la cessione gratuita al Comune del portico, mantenendone la funzione pubblica. Ottenuti tutti i via libera, il cantiere è partito nel 2006, ma è stato bloccato appena una settimana dopo. «La Soprintendenza ha imposto un vincolo perché ha considerato il bene di interesse storico, chiedendo di rivedere il progetto», racconta Roberto Angius, uno dei proprietari. Da allora una lunga battaglia giudiziaria ha congelato ogni intervento. «Siamo proprietari di un palazzo che è diventato una topaia. Non vediamo l’ora di liberarcene, ma a un prezzo che ci permetta di recuperare almeno le spese sostenute».
Quello di Palazzo Aymerich non è un caso isolato. Da Stampace, con i vuoti in via Fara e dell’Arco di Palabanda, alla Marina in via Manno e via Sicilia, fino a Villanova con via Piccioni e piazza San Domenico, il centro storico conserva decine di spazi rimasti senza una destinazione definitiva.
Il Comune
Ora l’amministrazione prova a riaprire il dossier. Con il nuovo piano particolareggiato del centro storico, la riqualificazione dei vuoti urbani diventa uno degli obiettivi principali. «I vuoti non sono rimasti tali per una scelta politica – spiega l’assessore all’Urbanistica Matteo Lecis Cocco Ortu – ma perché i terreni sono ancora di proprietà privata. L’acquisto da parte del Comune però non sarebbe una scelta sostenibile».
La strategia dell’amministrazione punta quindi a costruire un percorso condiviso con i proprietari, accompagnandoli nella progettazione attraverso il nuovo Laboratorio per il recupero del centro storico, uno sportello che lavorerà insieme alla Soprintendenza per individuare le soluzioni più adatte.
Per alcuni vuoti poi l’idea è quella di conservarne la memoria trasformandoli in nuovi spazi pubblici. È il caso proprio di Palazzo Aymerich: «Vorremmo avviare un percorso con i proprietari affinché possa diventare uno spazio di quartiere». L’ipotesi è quella di creare un collegamento tra via dei Genovesi e via Lamarmora con verde, panchine e percorsi pedonali, recuperando le parti dell’edificio ancora esistenti.
«La vera difficoltà – conclude l’assessore Lecis Cocco Ortu – è trovare una sostenibilità economica per interventi che rispettino la natura del centro storico senza diventare speculativi».
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