L’ex capitano.

L’annuncio di Pavoletti: «Do l’addio al calcio, inizia una nuova pagina» 

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Una lunga lettera, per comunicare una decisione mai semplice da prendere: «Ho deciso di dire addio al calcio», annuncia Leonardo Pavoletti, tramite il sito di Gianluca Di Marzio, a tre mesi e mezzo dalla scadenza del contratto con il Cagliari e a cinque dall’emozionante serata alla Domus col Torino, dove dopo la partita valsa la salvezza il pubblico aveva celebrato il suo capitano. Mantiene uno spiraglio, ma già proiettato al futuro anche perché ha appena iniziato il corso Figc da direttore sportivo: «Una piccola porta la lascio ancora aperta. Chissà, non si sa mai. Ma al momento, sto bene così. È iniziata una nuova pagina della mia vita».

Quella in campo si è conclusa con un gol, lo scorso 15 marzo a Pisa: l’ultima presenza delle 231 in rossoblù, l’ultima delle sue 52 marcature. La più celebre, ovviamente, è l’11 giugno 2023 a Bari: «Non aspettavo altro, ma Ranieri mi tiene in panchina. Quella maledetta panchina, come quando ero ragazzo. Entro solo all’89’. Ma la vita me lo ha insegnato, ogni minuto può essere importante. Mi sono allenato per questo. Cross dalla destra, ci arrivo prima di tutti. 0-1, siamo in Serie A». Per lui era una missione, dopo la retrocessione del 2022: «Sento ancora il buio, la tristezza, la pesantezza di quel giorno. Il silenzio. Noi seduti su un battello per tornare dallo stadio di Venezia. I compagni che piangevano, quel senso di fallimento. Mi sentivo responsabile. Dovevo riportare il Cagliari in A».

Nella lettera, Pavoletti ripercorre non solo la sua carriera calcistica ma anche la sua vita. «Per alcuni sono Pavoloso. Per altri “solo” Leo. Scrivo questa lettera in un istante del mio percorso diverso da tutti gli altri. Unico, forse. Il primo, dopo anni, senza un pallone tra i piedi. È particolare. Ma è anche utile. Utile per fermarsi e poter osservare ciò che è stato il mio viaggio. Ciò che sono stato io». Passa dalla «storia di un “livornese di scoglio”, figlio del mare, dell’ironia e dell’anima popolare della sua città» e dalle immagini di lui bambino ai primi passi nel calcio, al rapporto con suo padre («Senza di lui non sarei mai arrivato in Serie A») e alle difficoltà superate per affermarsi. Ma il punto d’arrivo è sempre lì: «Cagliari è casa. È la sensazione di aver trovato il proprio posto nel mondo e di non avere bisogno di cercare altro. Cagliari è l’unione tutta sua del popolo sardo». E, visto che ormai nel capoluogo ci vive dal 2017, continuerà a esserlo. (r. sp.)

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