L’intervista

«La Sardegna di Abis centrale nello sviluppo del Mediterraneo» 

Da Forlani a Cossiga, il ruolo della Democrazia cristiana nell’Isola 

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La Sardegna deve pretendere di più ma deve chiedere di più anche a sé stessa. Pier Ferdinando Casini, in arrivo a Oristano domani alle 17 per la celebrazione dell’amico Lucio Abis (cento anni dalla nascita del senatore), lancia un messaggio: ognuno faccia la sua parte. Dai suoi 43 anni di parlamentare senza pausa, di europarlamentare, presidente di millanta commissioni e della Camera come pochi conosce il Palazzo e il potere. Democristiano di area dorotea e di parte forlaniana; dal segretario Arnaldo Forlani che lo prese a “figlio d’anima” ha ereditato l’arte cardinalizia che avvolge in modi delicati ma ostinati il cuore dei problemi.

Ricordare Lucio Abis è ritornare alla Dc di Forlani e dei dorotei. Nostalgia, rimpianti. Cosa era la Dc per l’Italia.

«Starei attento a usare la parola nostalgia perché si rischia di trasformare la storia in un album di fotografie, mentre noi abbiamo il dovere di ricordare quella stagione per quello che realmente è stata, con le sue luci e le sue ombre. È stata per mezzo secolo uno dei principali strumenti con cui il Paese ha attraversato la ricostruzione, il miracolo economico, le grandi tensioni sociali degli anni Settanta e il terrorismo, fino alla trasformazione degli anni Ottanta. Ha avuto il merito storico di tenere saldamente l’Italia dentro l’Occidente democratico ed europeo, e di costruire una società nella quale il conflitto politico potesse essere ricondotto dentro le istituzioni. La Dc era anche una grande comunità politica, nella quale convivevano culture diverse: cattolici sociali, liberali, riformisti, conservatori, popolari. Questa pluralità era una ricchezza, anche quando produceva conflitti e mediazioni esasperate».

La funzione nazionale della Dc in Sardegna come si manifestò?

«In Sardegna ebbe una funzione particolare. La Dc rappresentò la classe dirigente che cercava di portare nell’Isola le opportunità dello sviluppo nazionale, difendendo contemporaneamente le specificità di un’autonomia profondamente sentita e di quel particolare “essere sardi” che ha sempre fatto della Sardegna una terra unica e speciale. Lucio Abis apparteneva a questa scuola: una politica fatta di presenza sul territorio, di conoscenza delle persone, di rapporti con le istituzioni, ma anche di una visione nazionale».

Dopo oltre 40 anni però poco è cambiato: trasporti, sanità, spopolamento, sottoccupazione giovanile, fuga dei cervelli. Alla Sardegna mancano figure come Abis, Cossiga, Segni, Berlinguer e Roma è sempre lontana.

«Non credo sia corretto dire che in quarant’anni non è cambiato nulla. La Sardegna è profondamente cambiata, così come è cambiata l’Italia. Ma è vero che alcuni problemi strutturali sono rimasti sorprendentemente simili. E questo dovrebbe interrogarci. Trasporti e continuità territoriale, qualità dei servizi sanitari, spopolamento delle aree interne, opportunità per i giovani: sono questioni che non possono essere affrontate soltanto con provvedimenti occasionali. Richiedono una strategia nazionale di lungo periodo».

E qui arriviamo al tema della classe dirigente.

«Ogni classe dirigente è espressione del suo tempo. Bisogna coltivare la memoria dei grandi uomini di ogni epoca ma senza dimenticare che ogni stagione ha una vita a sé, con i suoi protagonisti e le sue peculiarità. D’altronde questo è un Paese profondamente diverso da quello nel quale operarono le personalità citate. Certamente, la Sardegna non può essere considerata una periferia. È una regione centrale nel Mediterraneo. Lo era nella storia e lo è ancora di più oggi, in un momento nel quale il Mediterraneo è tornato ad avere un’importanza strategica straordinaria. Per questo servirebbe una nuova stagione di protagonismo sardo: la Sardegna deve chiedere di più a Roma, ma anche a sé stessa. Quando è finita la Prima Repubblica è finita pure una certa idea della politica come luogo di responsabilità e servizio. Oggi che la politica rischia di ridursi alla comunicazione immediata, alla ricerca del consenso del giorno dopo, alla contrapposizione permanente, penso che l’eredità migliore di quella stagione sia proprio questa».

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