L’emergenza

La Sardegna affronta l’epidemia: 17 centri di riferimento nell’Isola 

Allarmante l’arrivo incontrollato del paziente da Kinshasa a Elmas 

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Da un lato il sospiro di sollievo per la negatività del paziente di origine congolese che aveva denunciato sintomi preoccupanti, dall’altro la sensazione di vulnerabilità: dopo le scene allarmanti viste domenica in via Manno a Cagliari, la Sardegna fa i conti con un problema, Ebola, che si è fatto d’improvviso più vicino. Ieri, come da disposizioni ministeriali, l’assessorato regionale della Sanità ha reso noti i 17 centri di riferimento per la malattia Ebola nell’Isola: sono i Servizi di igiene e sanità pubblica (Sisp) della Asl Gallura e Malattie infettive della Asl di Cagliari, poi i Servizi di igiene pubblica delle Asl di Cagliari, Medio Campidano, Oristano, Carbonia, Nuoro, Ogliastra, Sassari. E ancora i dipartimenti di prevenzione delle Asl di Sassari, area medica Gallura, Nuoro, Oristano, Carbonia, Cagliari, Sanluri e Ogliastra. In queste strutture i cittadini di ritorno da Congo e Uganda dovranno presentare le loro autocertificazioni ai fini dell’attivazione dei servizi di sorveglianza e, in caso di contagio confermato, dell’eventuale tracciamento dei contatti.

I controlli mancati

A destare preoccupazione, da un lato, è il modo in cui il caso di sospetto contagio è emerso: il paziente, che per rientrare nell’Isola da Kinshasa ha fatto tappa al Cairo, in Egitto, non risultava tracciato come proveniente dalla Repubblica democratica del Congo, nelle cui province orientali, vicine al confine con l’Uganda, è localizzato l’epicentro del contagio. Non solo: se non fosse stato lui stesso a segnalare i sintomi al 118, probabilmente il protocollo attivato tanto vistosamente non sarebbe nemmeno scattato.

L’epicentro dei contagi

Le notizie che arrivano dal Congo, dove l’epidemia causata dal ceppo Bundibugyo è stata dichiarata ufficialmente solo il 15 maggio, due settimane fa, non sono incoraggianti: a Bangwalu, poco meno di 3.000 chilometri a est della capitale Kinshasa, i casi sospetti hanno superato quota 1.000 e i decessi sfiorano i 250. I medici che lavorano in quella città raccontano di non aver ricevuto formazione specifica per il trattamento del morbo. Dal resto del mondo arrivano aiuti largamente insufficienti. I posti letto nell’ospedale locale non bastano, gli abitanti sono spaventati e confusi: ci sono stati casi di aggressione ai medici, sospettati di essere autori di un complotto per lucrare sulla paura della popolazione insieme agli operatori sanitari. L’ospedale di Bangwalu è sorvegliato da soldati armati: un reparto di isolamento allestito da Medici senza frontiere è stato assaltato e incendiato e 18 pazienti sono scappati.

Le regole in Italia

A stabilire le modalità con cui l’Italia deve affrontare il problema è la circolare operativa allegata all’ordinanza del ministero della Salute del 29 maggio, la stessa che ha imposto alle Regioni l’indicazione dei centri di riferimento. La circolare, in particolare introduce un sistema di sorveglianza rafforzata per prevenire l’ingresso e la diffusione in Italia della malattia. A chiunque provenga dalla Repubblica democratica del Congo o dall’Uganda o vi abbia soggiornato nei 21 giorni precedenti l’arrivo in Italia è fatto obbligo di trasmettere entro 24 ore una dichiarazione alla Asl competente. Sulla base delle informazioni raccolte, le autorità sanitarie effettuano una valutazione del rischio e classificano i viaggiatori in diverse categorie, alle quali corrispondono misure progressive che vanno dal semplice automonitoraggio quotidiano di temperatura e sintomi alla sorveglianza attiva da parte dei Dipartimenti di prevenzione, fino alla quarantena nei casi considerati ad alto rischio.

La circolare disciplina inoltre le procedure per la gestione di eventuali casi sospetti, prevedendo l’immediato autoisolamento, il contatto con i servizi sanitari e, se necessario, il trasferimento in strutture specializzate con protocolli di alto biocontenimento (quelli attuati in via Manno a Cagliari). Coinvolti anche vettori aerei, compagnie marittime, aeroporti e porti, chiamati a informare i passeggeri e a collaborare nella raccolta delle dichiarazioni.

Le misure dettate dal ministero della Salute, per il momento, sono valide per 120 giorni. (m. n.)

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