La festa

La piccola Mecca di via del Collegio  

La comunità musulmana di Cagliari riunita per la fine del Ramadan 

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Basterebbe probabilmente seguire il profumo d’incenso che all’improvviso scappa via da una porta socchiusa. Se dai retta al fiuto, ti ritrovi lì: nella piccola Mecca di via del Collegio, con la comunità islamica riunita per la fine del Ramadan.

Dentro si prega da presto, fuori si continua, predicando rispetto e integrazione. Che dopo un mese di rigore e digiuno sembrano le parole d'ordine di questa prima giornata di festa, anticipata dall'ultimo spicchio di Luna. E sarà forse l'effetto della primavera appena iniziata, o forse no, ma tra le stradine strette e ingarbugliate della Marina sembrano sorridere tutti. Anche davanti a piazza Sant'Eulalia, con oltre duemila fedeli scalzi e con lo sguardo rivolto al Tempio sacro del Corano, che coincide con l'ingresso della casa del Dio cristiano. Così, questo pezzetto di città diventa l'immagine simbolo e concretissima di quell'integrazione e del rispetto di cui parlano tutti.

Preghiere e integrazione

In questa mattina che sa di sole e sale, c'è il raccoglimento dei musulmani che pregano e festeggiano in tutto il mondo uno degli appuntamenti più importanti: l'Eid al-fitr.

Anche nel capoluogo sardo, con il quartiere fronte porto dove è un continuo sfilare di tuniche eleganti e ben stirate, accompagnate dai copricapo dei grandi eventi, indossati con orgoglio e fierezza.

«Nella nostra giornata facciamo gli auguri anche ai nostri fratelli cristiani presenti nel territorio e con cui conviviamo serenamente da circa quarant'anni», commenta Omar Zaher, delegato dell'Immigrazione per la Città Metropolitana e portavoce della comunità musulmana, che soltanto a Cagliari e provincia riporta a 5mila fedeli e se si allarga lo sguardo a tutta l'Isola si arriva a quota 18mila.

I numeri

«Sono numeri importanti, che raccontano una realtà in crescita e perfettamente integrata. A dimostrazione che fedi e culture differenti possono vivere in pace quando sono presenti il rispetto e il dialogo». Integrazione di cui lui, scappato dalla Palestina occupata nel 1948, finito prima in Giordania e poi a Perugia, dopo il viaggio di sola andata a Cagliari, è la dimostrazione vivente: moglie sarda, un posto da dirigente farmacista all’Oncologico, e una lunga carriera politica in corso.

Problemi terreni

E si ritorna alla preghiera, iniziata mezz'ora dopo le otto alla Marina. E divisa in due turni per la foltissima partecipazione. La mattina così come all'ora di pranzo, con l'appuntamento in via XX Settembre, dove più che l'aiuto di Allah servirebbe quello terreno per riuscire a saldare la seconda rata della Moschea, costata 320mila euro alla comunità bengalese che l'ha acquistata e per ora ha pagato solo la prima delle tre scadenze materialissime.

Pensiero decisamente meno gradevole dei grandi sorrisi che affollano i portici di via Roma. «È una festa obbligatoria per noi musulmani e molto sentita. In segno di rispetto si indossa qualcosa di nuovo, ovviamente in base alle proprie possibilità economiche», spiega Jacob, che sfoggia una tunica immacolata, e racconta dei suoi 36 anni, 15 dei quali trascorsi nel capoluogo sardo. «Non c'è razzismo né intolleranza, i problemi nascono quando manca il rispetto».

La festa

«Credere in un Dio diverso non è un ostacolo, anzi, può arricchire se alla base c'è il rispetto che va oltre la religione, l'etnia e tutto il resto», osserva Mohamed: figura autorevole, e l'imam di via XX Settembre.

Nel frattempo arrivano anche i saluti della Città per voce del consigliere comunale e metropolitano Matteo Massa (Progressisti). Il pranzo - come da tradizione - si trascorre con la famiglia, i parenti e gli amici. E si va avanti per tre giorni in tutto, con la gioia dei più piccoli che ricevono i regali come se fosse il Santo Natale. Perché festa è festa, a prescindere da ciò in cui si crede.

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