Congresso straordinario

La nuova Lega riparte da Salvini 

Federalismo fiscale e stop armi a Kiev, il leader confermato con il 76% dei voti 

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La Lega riparte da Matteo Salvini e punta verso un rinnovato federalismo. Il congresso straordinario di Milano ha rimesso al comando del partito il ministro delle Infrastrutture, confermando le previsioni della vigilia. I voti per il segretario uscente sono stati 465 mentre lo sfidante Massimo Garavaglia si è fermato a 146. Risultato accompagnato dall’esultanza e dagli striscioni dei Giovani padani.

«Non siamo di serie B»

La due giorni di lavori era chiamata a fare una messa a punta a una Lega di lotta e di governo: come precisato dalle grafiche proiettate sui maxischermi. Nelle decine di interventi di delegati e iscritti sono stati rivendicati i risultati raggiunti negli anni: autonomia differenziata, federalismo fiscale, contenimento dell’immigrazione clandestina, investimenti su strade e ferrovie e costante attenzione per i territori. Un’atmosfera di orgoglio e appartenenza che era difficile immaginare sino a qualche giorno fa: quando a fare notizia erano tensioni e tatticismi. Il podio allestito all’interno dei locali della Fiera del capoluogo meneghino è stato anche il luogo dal quale è stato presentato il nuovo simbolo. Un Alberto da Giussano tendente al blu che sovrasta la scritta “Italia federale”. Il nome di Salvini scompare dal contrassegno per tornare ad essere protagonista tra gli organi del partito. Una geografia chiamata ad aggiornarsi: il congresso ha infatti votato la modifica allo statuto che istituisce il coordinamento tra le segreterie regionali e la segreteria politica. Tavoli chiamati a fare sintesi, rappresentando le varie anime, per raggiungere un obiettivo che Salvini ha scandito nettamente dal palco al termine dei lavori: «Vogliamo essere la seconda forza del centrodestra. In Forza Italia se ne facciano una ragione. Siamo stanchi di essere considerati alleati di Serie B. Siamo leali e pretendiamo rispetto».

Lealtà all’alleanza
Il rilancio del partito nato dall’intuizione di Umberto Bossi passa anche dalla geopolitica. Il governo di Giorgia Meloni dovrà fare i conti con il richiamo sulle politiche di sostegno all’Ucraina. Il vicepremier Salvini non ha fatto ricorso alle metafore: «Ormai ho perso il conto delle armi che abbiamo scelto di inviare a Kiev. Dopo anni di guerra dobbiamo farci delle domande e ragionare». Una posizione netta che, per il momento, dovrà continuare a trovare spazio in maggioranza. Il ministro delle Infrastrutture ha chiarito di non voler tendere nessun agguato in Consiglio dei ministri: «Abbiamo da poco festeggiato il record come governo più longevo nella storia della Repubblica e non vedo perché si debba fantasticare su eventuali stop prima di ottobre 2027».

Resa dei conti

Molto passerà comunque dal rapporto con i territori a nord del Po. I richiami all’unità del congresso si dovranno confrontare con realtà in cui i delegati vicini a Garavaglia pesano molto più del 24 per cento restituito dalle urne. Salvini ha escluso epurazioni ma ha voluto commentare gli ultimi mesi spiegando come in troppi abbiano mancato di rispetto a partito e militanti: «Non ci saranno scuse per chi ha invitato al boicottaggio e per gli eletti non in regola con il versamento delle quote». Luca Zaia è stato un osservato speciale della due giorni. L’ex presidente veneto ha rilanciato sull’unità: «Sono stati più i punti di coesione che di divisione. Questo è il nostro messaggio». Giorgetti ha rilanciato sul pragmatismo: «La politica ha senso solo se è l’arte del possibile». Calderoli ha richiamato i messaggi di Bossi e Maroni: «Siamo qui per riprendere a sognare insieme».

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