Arzana.

La custode degli antichi costumi 

Martina Piras ha raccolto ed espone i vestiti donati dalle donne del paese 

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Ha 39 anni è mamma di due bambine, assistente domiciliare e, quando serve, una mano in più al compagno allevatore. E poi c’è l’altra vita di Martina Piras. Quella che profuma di cotone antico e di seta custodita. Una vita che ha iniziato a 15 anni, quasi per gioco, per destino. Con uno scialle della bisnonna materna, Maria Balloi. Oggi, 24 anni dopo, la sua stanza è un museo: 135 camicie femminili, 100 cipponi, il corpetto rigido che ha vestito generazioni di donne, 30 abiti completi, 15 scialli e 20 fazzoletti. E poi il corredo infantile, gonnelline minuscole e camicette ricamate per bambini. Cotone e seta, lino e lana.

Collezione storica

Quella allestita nella Casa delle associazioni “Gianni Mulas”, in occasione del Porcino d’oro, è la sua terza mostra in paese e ogni volta è un piccolo miracolo laico. La gente entra e si ferma. Tocca con gli occhi. Riconosce. «Cerchiamo di non far dimenticare le nostre radici», dice la collezionista di Arzana. Ma quest’anno c’è qualcosa di più. Qualcosa che non è solo passato remoto, ma ferita aperta. Martina ha allestito un angolo memoria dell’incendio che, il 28 agosto scorso, ha devastato i boschi del paese. Un drappo nero. Due camicie bianche appese: una intatta, l’altra ingiallita, sporcata dal fumo e dal tempo. Sotto, rami secchi, bruciati, e qualche fiore bianco che prova a sbocciare di nuovo. È il suo modo di dire che la tradizione non è solo ciò che si conserva negli armadi, ma ciò che si perde nei boschi. Un abito tradizionale è fatto della stessa materia di un albero: radice, tronco, memoria. «Sento dentro questa passione. Quando vado a casa delle donne arzanesi mi dicono sempre: «fixia mì, ti du ongiu ca iscio ite ses faendo» (figlia mia, lo do a te perché so cosa stai facendo). Loro capiscono». Il paese le riconosce questa competenza. «Mi emoziona pensare che attraverso questa mostra tante persone potranno rivedere un abito appartenuto alla propria madre, alla propria nonna o a una persona cara».

Identità arzanese

Il capo più longevo è una gonna in seta del 1910 cucita per un matrimonio. Ha attraversato due guerre mondiali, visto nascere e morire un secolo ed è ancora lì, intatta. E ora, accanto a quella gonna del 1910, ci sono anche quei due rami secchi. Per non dimenticare. Martina vuole conservare e tramandare. Ha due sogni nel cassetto: un libro sull’abito tradizionale arzanese, che l’amministrazione comunale ha già ipotizzato di destinare al museo del folklore, e un cortometraggio legato al museo agricolo, per far muovere quegli abiti, per farli camminare di nuovo.

Intanto ieri pomeriggio, nell’ambito della storica kermesse del Porcino d’oro, si è tenuto il convegno (coordinato dal giornalista Giuseppe Deiana) tra Sardegna, Valle d'Aosta, Piemonte e Liguria dedicato alla storia e all'enogastronomia del Regno di Sardegna, con gli interventi di Salvatore Cubeddu e Riccardo Milan.

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