Il messaggio.

La carezza di Baturi ai malati oncologici 

L’arcivescovo all’Hospice di via Jenner: «Ogni secondo di vita è prezioso» 

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Le mani si stringono in preghiera, gli occhi si chiudono e i cuori si aprono alla benedizione. Nelle stanze dell’Hospice dell’ospedale oncologico di via Jenner, il tempo sembra rallentare, sospeso in un silenzio carico di attesa. È qui che, nel cuore della Settimana Santa, l’arcivescovo di Cagliari e segretario della Cei, Giuseppe Baturi, ha scelto di portare la sua presenza tra i malati terminali. Un momento di raccoglimento profondo. Ma soprattutto un incontro vivo con pazienti, famiglie, medici e volontari. In un luogo in cui, come sottolinea l’arcivescovo, «si può imparare a guardare la verità con amore, riconoscere il valore di ogni istante e continuare a sperare, mentre si attende che il destino si compia».

Il messaggio di fede

«Ci sono momenti in cui tutto vacilla, in cui ci si chiede il perché delle cose. Ma è proprio allora che si vede meglio, come al tramonto: solo all’inizio e alla fine il sole si può guardare in faccia», ha affermato Baturi per provare a rasserenare i cuori di chi vive il «limbo» degli ultimi istanti.

Per l’arcivescovo, la visita risponde a due necessità. La prima è di natura etica: «L’umanità di una società si misura dal modo in cui tratta i sofferenti, come ricordava Papa Benedetto». La seconda è pastorale: incontrare l’uomo proprio nel luogo della fragilità più estrema. «Le cure palliative – sottolinea – ricordano che ogni tratto della vita è prezioso e va vissuto dentro una compagnia d’amore. Il destino non è il vuoto, ma la gioia eterna: quella pietra davanti al sepolcro è stata tolta perché tutti possano giungere al compimento della vita».

«Qui si continua a vivere»

Poi il racconto si sposta su chi, ogni giorno, vive e lavora dentro l’Hospice. «Non è un luogo in cui si va a morire, ma un luogo in cui si continua a vivere». Lo dice con semplicità la dottoressa Stefania Grassellini – referente della struttura – quasi a voler scardinare un pregiudizio ancora diffuso. «È questo il cuore delle cure palliative», accompagnare la persona nella sua totalità, non solo dal punto di vista clinico, ma umano. «Per noi non conta quanto tempo resta, ma come quel tempo viene vissuto». Non solo cure e assistenza. Un tempo fatto di vita quotidiana, di normalità. «Si ride, si scherza, si festeggiano compleanni, persino matrimoni». Piccoli gesti che diventano enormi. Perché restituiscono dignità, fino alla fine.

«La visita dell’arcivescovo è un gesto molto significativo – sottolinea la dottoressa –. Per i pazienti, per le famiglie, ma anche per noi operatori». Perché chi lavora ogni giorno a contatto con la sofferenza porta con sé anche il peso emotivo di questo impegno. «Anche noi possiamo avere momenti di fatica e la sua presenza ci dà speranza».

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