Il riscatto.

«Io migrante, qui ho trovato la mia casa» 

Hicham Fathi e il primo contratto a tempo indeterminato da “Noi altri” 

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Sveglia alle 4:30. Una colazione veloce, poi il viaggio in corriera da Gonnosfanadiga a Cagliari. «E quando arrivo, poggio la borsa e mi concedo un bel caffè al bar». È così che iniziano le giornate di Hicham Fathi, 26 anni, originario dell’Arabia Saudita. Una routine fatta di sacrifici, ripetuta ogni giorno da oltre nove mesi.

Ed è proprio questa costanza, insieme al suo sorriso e a una gratitudine che non passa inosservata, ad averlo portato a un traguardo raro: un contratto a tempo indeterminato alla gastronomia solidale “Noi altri”. Non uno qualsiasi – ma il primo nella storia della cooperativa sociale, nata nel 2022 per promuovere l’inclusione lavorativa di persone con disabilità.

Il cammino

Quella di Hicham è una storia fatta di distanze e nuovi inizi. Di legami nati da poco, costruiti giorno dopo giorno, fino a sentirsi parte di una famiglia lontana da quella di origine. Seduto al tavolino, poco prima di iniziare il turno, rompe lui il silenzio con un sorriso timido: «Vuoi che inizi dalla mia storia qui in gastronomia o che parta da più lontano?». La risposta, in fondo, è già nella domanda. Perché la sua vita non comincia qui. «Sono nato in Arabia Saudita, dove ho vissuto dieci anni. Poi mi sono trasferito in Marocco. A 16 anni da Tangeri sono partito per la Sardegna con mio padre». Un viaggio difficile, segnato anche da una separazione dolorosa: la madre è rimasta in Marocco. «All’inizio è stata dura. Non conoscevo la lingua e volevo studiare. D’inverno andavo a scuola, con tante difficoltà. D’estate vendevo costumi in spiaggia con mio padre, girando per tutta l’isola». Era solo un ragazzo. E oggi, mentre lo racconta tra una risata e l’altra con le educatrici, è quasi difficile immaginare il peso di quei giorni. Poi una svolta: il trasferimento a Gonnosfanadiga, una famiglia affidataria, e l’incontro con la ristorazione. «Mi sono iscritto all’alberghiero di Arbus, scegliendo sala». Arrivano i tirocini, le prime esperienze. Ma manca ancora qualcosa: un ambiente capace di accogliere davvero le sue difficoltà e valorizzarne le capacità. «Poi mia mamma ha letto di “Noi altri” e mi ha detto di provarci».

Una conquista

Da quel momento qualcosa cambia. «Lavoro tanto, faccio sacrifici. Ma non andrei via per niente al mondo. Questa è una vera famiglia. Chiunque venga qui lo sente». Hicham convive con una disabilità che influisce sull’equilibrio e sulla muscolatura. Ma nel racconto emerge soprattutto altro: «Qui non mi sento diverso. Le persone mi trattano come tutti gli altri». E in quel messaggio c’è forse il senso più profondo del progetto. Un luogo protetto capace di costruire un percorso educativo e professionale reale, che accompagna e fa crescere. «Sento che sto maturando. Ho più responsabilità e i miei capi si fidano di me». Poi la notizia, quella che cambia tutto. Il contratto a tempo indeterminato. «Io speravo in un rinnovo. Tutti mi dicevano che in Italia è quasi impossibile avere un contratto così. Non me lo sarei mai aspettato». Eppure, non è un punto di arrivo. «Il mio obiettivo è studiare, lavorare e salvare mia madre. Ora è in Marocco. Spero di riuscire ad andarla a trovare presto». Una storia, la sua, che non parla solo di lavoro e inclusione ma, soprattutto, di dignità.

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