Ordine dei giornalisti.

Informazione sarda, pressioni o minacce per oltre 100 cronisti 

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Da custodi dell’informazione a bersagli: in Sardegna fare il giornalista significa sempre più spesso lavorare sotto pressione e senza tutele. Lo dimostrano i dati - diffusi ieri dall’Ordine dei giornalisti della Sardegna in un incontro nella sede di via Barone Rossi, a Cagliari, con i parlamentari isolani, il presidente del Consiglio regionale Piero Comandini, la presidente della commissione Cultura del Consiglio Camilla Soru e quella dell’Anci Sardegna Daniela Falconi - che fotografano un fenomeno emerso dai questionari somministrati ai cronisti isolani. Tra i 219 che hanno risposto, oltre 110 (più della metà) dichiarano di aver subito pressioni, minacce e intimidazioni. Molti sono pubblicisti, per lo più freelance o collaboratori delle testate.

«Abbiamo promosso un questionario anonimo – spiega la consigliera Rachele Falchi – e i dati sono già rappresentativi di ciò che accade. Oltre il 52% dichiara di aver subito pressioni o intimidazioni: forme diverse, a volte per vie legali, come le querele temerarie, ma anche verbali, digitali e in alcuni casi fisiche». I soprusi arrivano da più fronti: individui, aziende e anche dai propri superiori, ma soprattutto da centri di potere come politici e amministratori pubblici. Eppure il 55% non ha mai segnalato né denunciato: «Pesano la precarietà, la paura di ritorsioni e l’isolamento professionale», sottolinea Falchi. Un clima che incide sulla libertà di informazione e alimenta forme di autocensura.

«Per intimidire i giornalisti non servono solo gesti eclatanti – osserva il presidente dell’Ordine, Giuseppe Meloni – In Sardegna abbiamo a che fare con intimidazioni meno rumorose ma altrettanto subdole, che colpiscono soprattutto i colleghi meno tutelati». Da qui la decisione di istituire un fondo sperimentale di 5mila euro per consulenze legali urgenti rivolte ai giornalisti non contrattualizzati. «È un primo passo, un modo per provare a dare un supporto concreto».

Simonetta Selloni, segretaria dell’Assostampa sarda, richiama il caso Ranucci come «punta dell’iceberg di una pressione nazionale. La maggioranza dei colleghi è freelance: chi ha meno tutele è più esposto. Senza autonomia economica si rinuncia a opporsi, si lascia perdere. È lì che nasce il sommerso». Il giornalista Andrea Manunza ha posto l’attenzione sulle “Strategic Lawsuits Against Public Participation”, le azioni legali usate come strumento di pressione: «Il problema sono i soldi e il potere, per resistere a una causa servono risorse», ha spiegato, ricordando che l’Italia resta indietro sull’attuazione della normativa europea contro le Slapp.Nel dibattito, al di là degli schieramenti, tutti i parlamentari hanno promesso il loro impegno su questo fronte.

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