La richiesta di un incontro urgente all’assessorato regionale alla Sanità, ovvero alla presidente Alessandra Todde, perché si trovi immediatamente una soluzione alla gravissima situazione sanitaria dentro il carcere di Uta. Con una nota firmata dal segretario organizzativo Massimo Marceddu e dal segretario generale Priamo Foddis, la Uil-Funzione pubblica richiama l’attenzione su quella che viene definita «una situazione della sanità penitenziaria ormai al collasso». Una denuncia che arriva a pochi giorni dal grido d’allarme dei sindaci del territorio, seguito all’arrivo di un contingente di esponenti di spicco della criminalità organizzata. Sindaci che, oltre a sottolineare il rischio di infiltrazioni criminali nei loro territori, si sono detti molto preoccupati per l’impatto che un incremento significativo della popolazione detenuta ha su un sistema sanitario regionale fortemente in crisi.
Nessun intervento
Nonostante le ripetute segnalazioni, avvisano i sindacalisti, «non è stato registrato alcun intervento concreto». Più e più volte la Uil-Fp ha denunciato la gravissima carenza di personale dell’assistenza sanitaria. E questo, viene puntualizzato, nonostante la quasi totalità dei detenuti, «tra cui circa 88 in regime di 41 bis», necessitino di assistenza sanitaria costante. «Una carenza di personale che ha raggiunto livelli critici: a fronte di una popolazione carceraria di circa 840 detenuti, dislocati in sette blocchi e nel Servizio di assistenza intensiva, di cui circa 88 in regime di 41 bis – la quasi totalità dei quali necessita di assistenza costante –, la forza lavoro si è ulteriormente ridotta. Dai già insufficienti 22 infermieri iniziali, si è passati oggi a soli 18 infermieri effettivamente in servizio (a causa di un trasferimento e tre assenze per malattia o altri istituti normativi), supportati da appena otto oss». «Siamo davanti a un vero e proprio esodo irreversibile del personale infermieristico», dichiarano Foddis e Marceddu. «I numeri attuali sono al di sotto di qualsiasi limite normativo e di sicurezza. Si è innescato un circolo vizioso drammatico: le condizioni lavorative logoranti spingono gli operatori alla fuga o causano gravi stati di stress psico-fisico, aumentando i giorni di malattia. Non si può continuare a far finta di niente».
Un piano di emergenza
«È indispensabile, e non più procrastinabile, un intervento coordinato tra Regione e Asl, al pari di quanto fatto in altre situazioni emergenziali, avvisano i sindacalisti, «riportando gli esempi del Pronto soccorso, dei presidi periferici e della Medicina di base, dove sono state messe in campo misure di reclutamento straordinarie, accompagnate da incentivi economici importanti e processi di riorganizzazione, che hanno permesso di regolare situazioni che parevano irrisolvibili. «La sanità penitenziaria merita la medesima attenzione e rispetto, e gli stessi sforzi e misure adottati in altri contesti, prima che si giunga a un punto di non ritorno».
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