I l vento sovranista, che scava confini più profondi tra le nazioni, non si argina inseguendo la destra sui suoi temi. Alla diffusa allergia per l’Europa, Paolo Gentiloni propone una sorta di cura omeopatica: non far fare passi indietro alle istituzioni comunitarie ma anzi provare a rafforzarle, creando un’Europa federale e con una difesa comune. A Chia per la High School di Confartigianato su energia e sostenibilità, l’ex premier ed ex commissario europeo, secondo alcuni il leader ideale per un futuro centrosinistra di governo, evita di parlare di primarie del Campo largo e ancor più del proprio ruolo: ma traccia un perimetro politico netto su alcuni dei temi cruciali della prossima campagna elettorale nazionale.
Lo fa anticipando i contenuti della sua ricetta per una “rivoluzione europea”, come da sottotitolo del volume, in uscita proprio oggi, “Diventare una potenza”: un lavoro con cui Gentiloni – come spiega lui stesso nelle pagine introduttive del libro – rinnova la sua «scelta di campo, per un’Europa più forte e in marcia verso una nuova forma di integrazione federale».
In realtà negli ultimi anni l’Europa è apparsa a molti impotente e debole, di fronte a tutto quello che sta succedendo nel mondo.
«Io penso per questo che l’Europa dovrebbe diventare una potenza. Anche perché in questo momento è sotto assedio, come forse mai nella sua storia recente».
Per la guerra alle sue porte?
«Da una parte c’è l’invasione russa in Ucraina, dall’altra il disimpegno americano, e infine l'atteggiamento aggressivo dei giganti del digitale e dell’intelligenza artificiale. Direi che ci sono motivi enormi per voler essere più forti. Il libro cerca di dimostrare che essere più forti è un vantaggio per la nostra economia, per la nostra sicurezza e per il nostro futuro. Chi invece lavora per indebolire l’Ue, darle meno ruolo a vantaggio dei singoli Stati, non fa gli interessi del nostro Paese: l’idea di cavarcela da soli è veramente anacronistica».
Ma come si può rafforzare l’Unione Europea?
«Le prime quattro cose che vengono in mente sono difesa comune, tesoro (un titolo sovrano europeo, perché l’esperienza post Covid non resti una parentesi), un assetto istituzionale che vada verso una federazione; e infine le proposte che soprattutto Mario Draghi e Enrico Letta hanno avanzato per la nostra competitività industriale e tecnologica».
L’Europa federale comporterebbe ulteriori cessioni di sovranità degli Stati. Come si conciliano con gli attuali sentimenti sovranisti?
«I sovranismi ci sono e non vanno sottovalutati, sono minoranze più consistenti di 10-20 anni fa. Ma non dimentichiamo che la grande maggioranza, non solo del Parlamento europeo, ma degli elettori europei non è affatto sovranista. Il punto è rendersi conto che la sovranità europea esiste già: due terzi delle nostre regole vengono dall’Europa, paghiamo con moneta europea, giriamo con passaporti in cui c’è scritto Repubblica Italiana e Unione Europea, non abbiamo confini interni».
Eppure questo non basta a dare forza politica all’Ue.
«Siamo un po' a metà strada, è vero. Questa condizione di sovranità condivisa tra Europa e singoli Paesi deve fare nuovi passi in avanti. Invece nei fatti la spinta di molti governi è per ridurre l’integrazione europea, non aumentarla. E se questa spinta prevalesse sarebbe la premessa per un disastro. Nel mondo di oggi, i 27 Paesi farebbero molta fatica a difendersi e a crescere. Anche il più grande, che è la Germania».
Perché si dovrebbe riuscire a creare più integrazione proprio in un periodo così difficile?
«Non voglio dire che ringrazio il presidente Trump, ma di certo le attuali circostanze internazionali, con l’aggressività di Putin e il disimpegno americano, sono una spinta formidabile. Tutti si rendono conto che, se viene meno l’ordine tradizionale degli ultimi 80 anni, per difendere le regole, la libertà, la democrazia, lo stato sociale, i diritti delle minoranze, l’Europa dev’essere più robusta di quanto non sia oggi».
L’esperienza di Trump finirà davvero per sovvertire del tutto l’ordine mondiale, o verrà riassorbita?
«Dando per buona l’ipotesi che il fenomeno Trump venga superato da un presidente democratico o da un presidente repubblicano più tradizionale, credo che in quel caso cambierà molto soprattutto nella dimensione interna agli Usa: il rapporto col Congresso, con le autorità indipendenti, con le università, gli eccessi di conflitti di interesse, l’atteggiamento verso i media. Ma non cambierà probabilmente la tendenza, già in atto con i predecessori di Trump, a ridurre l’esposizione internazionale degli Usa, specie nei confronti del nostro continente. Quindi, se pensiamo che l’impegno dell’Europa per difendersi da sola finirà di avere una motivazione dopo Trump, temo che sia un errore».
Però l’idea di un riarmo europeo suscita forti obiezioni, soprattutto a sinistra.
«Io distinguo tra le posizioni che mostrano benevolenza nei confronti della guerra di aggressione di Putin in Ucraina, e che ritengo inaccettabili; e lo scetticismo diffuso sull'incremento delle spese militari. Su questo credo che si debba lavorare».
In che modo?
«Anzitutto, segnalando che quell’esigenza deriva da quello che dicevo prima: noi abbiamo delegato per 70-80 anni la nostra sicurezza agli americani. Se loro non la garantiscono più, dobbiamo reagire. E poi giudico importante come questo impegno per la difesa europea si svilupperà: a mio parere, deve trattarsi di una vera difesa comune. Non il semplice aumento della spesa militare dei singoli Paesi: non è detto che questo assicuri una vera autonomia. Potrebbe provocare nuovi sprechi. E tra l’altro, visto che noi europei ci siamo fatti la guerra per secoli, mi sentirei più rassicurato da una difesa comune che non da un riarmo dei singoli».
Cosa pensa della polemica nata dalle dichiarazioni contro la guerra della segretaria dei Giovani democratici, Virginia Libero?
«Che i giovani del Pd abbiano una spinta pacifista non solo è comprensibile, ma pure auspicabile. Libero ha usato termini inappropriati, non coerenti con la nostra storia e la nostra Costituzione, ma non monterei su questo un gigantesco scandalo. Abbiamo problemi più importanti».
Il sostegno all’Ucraina sta dividendo aspramente Pd e 5Stelle. Secondo lei sono posizioni ricomponibili?
«Mi auguro che lo siano. Per le opposizioni è un dovere trovare punti di compromesso. Mi preoccupa se, invece di cercarli, emergono degli aut aut. Specie se contraddicono la scelta, che l’Italia ha fatto fin qui, di sostenere un Paese aggredito. Che l’Italia possa assumere posizioni diverse da tutte le famiglie politiche europee, mi sembra molto improbabile. Non possiamo essere i nuovi Orban».
Il fenomeno Vannacci ha determinato una rincorsa a destra sui temi dell’identità e dell’immigrazione: anche questo la preoccupa?
«Sì, per due ragioni: la prima è il contagio che queste posizioni, per quanto minoritarie, possono esercitare sulle altre componenti della destra. Mi aspetto che chi prende le distanze da queste posizioni, poi quelle distanze le mantenga. In secondo luogo mi preoccupa nel merito, perché il rischio di uno scivolamento su posizioni razziste, da un lato, e filoputiniane dall’altro, è drammatico. Un paese come il nostro basa la sua forza e la sua stabilità su una tradizione invidiabile di posizioni europee e atlantiche: pochi hanno avuto la coerenza che l’Italia ha mostrato negli ultimi 70-80 anni. Per inseguire l’estrema destra rischiamo di mettere in discussione questa forza del Paese».
Tornando ai temi europei: i rincari energetici hanno ravvivato le critiche al Green Deal. È opportuno che l’Europa freni la spinta verso la transizione verde?
«Se l’Italia ha i costi dell’energia tra i più cari d’Europa, è veramente azzardato sostenere che sia colpa dell’Ue. Francia e Spagna hanno costi assai più ridotti. Noi abbiamo tutto l’interesse a ridurre la dipendenza dal gas e a moltiplicare il contributo delle energie rinnovabili. È legittimo sostenere che alcuni messaggi di Bruxelles sulla transizione climatica fossero eccessivi, e in parte è anche vero, ma non bisogna scambiare questi eccessi con la radice del problema. Serve un modello energetico diverso, e servono investimenti per svilupparlo».
Anche sul nucleare?
«Se si parla di prospettive a 10-20 anni, di un nucleare più sicuro, con centrali di piccole dimensioni, non vedo perché si debba essere contrari a esplorare queste strade. Ma non è la soluzione dei nostri problemi per domani: quindi, invece di fare discussioni ideologiche, diamoci da fare».
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