Il focus

«Bullizzato per il papà africano, l’inferno di mio figlio nelle chat» 

La denuncia della madre di un 15enne del Cagliaritano: «Agli altri genitori dico: controllate il telefono dei ragazzi» 

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«Se non avessi aperto le chat sul cellulare di mio figlio, forse non avrei mai scoperto l’inferno dentro il quale era precipitato. Bullizzato perché figlio di uno straniero di origine africana, minacciato di morte da quelli che considerava amici, ignorato dagli adulti che nel mondo della scuola e dello sport hanno preferito non vedere cosa stesse accadendo». Dopo il triste episodio che ha visto protagonista un undicenne di un paese della provincia di Cagliari, la madre di un ragazzino di 15 anni di un altro centro del Cagliaritano racconta i sette mesi di insulti, minacce e vessazioni subiti da suo figlio.

Come si è accorta di quello che stava accadendo?

«Dopo un primo quadrimestre positivo, i voti di mio figlio hanno cominciato a peggiorare e non voleva andare a scuola. Lo scorso 2 giugno, per caso, mentre prendevo il suo telefono ho visto quelle chat e mi è crollato il mondo addosso».

Cosa c’era scritto?

«Sono sarda, ma il padre di mio figlio è straniero, erano presenti quindi insulti di tipo razziale indirizzati a tutta la famiglia e minacce di morte. Sono arrivati a creare degli sticker con le foto di mio suocero, morto poco tempo fa, di me e di mio padre e li hanno utilizzati per schernire e umiliare mio figlio. Gli audio, poi, sono di una brutalità sconvolgente, si fatica a credere quanto possano essere crudeli e volgari certi adolescenti».

Conosceva chi li aveva scritti?

«I più attivi in queste chat, una dei compagni di classe l’altra della squadra di calcio in cui giocava mio figlio, erano due suoi amici d’infanzia. Li ho visti crescere, poco prima che scoprissi cosa stesse accadendo erano addirittura venuti a casa mia per studiare e sono pure andati in pizzeria per il compleanno di mio figlio».

Come si è sentita?

«Ho provato un grande dolore, ancora non l’ho superata. In quei mesi mio figlio non ha mai esternato nulla, continuo a chiedermi cosa sarebbe accaduto se non avessi scoperto quelle chat. Ci sono giovani che si tolgono la vita dopo aver subito questo tipo di vessazioni, questo pensiero mi distrugge».

Ha denunciato i responsabili?

«Per il momento no. Ho chiesto l’ammonimento del questore per tutti e quattro (la Polizia sta ancora valutando la posizione dei ragazzi ndc ). Quello che però non riesco a sopportare è l’ignavia di chi per mesi ha letto i messaggi di quelle chat: le conversazioni di classe e della squadra di calcio venivano lette da almeno venti ragazzini per gruppo, nessuno ha mai detto loro di smettere».

Ha parlato con i genitori di questi ragazzi?

« Con alcuni sì, e mi hanno chiesto scusa, solo una mamma mi ha invitato a lasciar perdere. Mi ha ferito anche il comportamento dei dirigenti della società di calcio per la quale giocava mio figlio, l’allenatore mi ha chiesto di perdonare».

Come sta oggi suo figlio?

«Ha cambiato istituto, oggi non solo frequenta un’altra scuola, ma ha trovato anche un’altra squadra di calcio che lo ha accolto a braccia aperte. Ma la strada per lasciarsi alle spalle questa brutta storia è tutt’altro che finita, per liberarsi di tutto il male che ha ricevuto dal novembre dello scorso anno sino a giugno vede periodicamente uno psicologo. Devo ammetterlo, questa storia ha segnato me - che sono un’adulta - nel profondo: immagino come possa sentirsi un minore preso di mira dalla cattiveria dei coetanei».

C’è qualcosa che le ha insegnato questa brutta storia?

«Voglio solamente dire ai genitori di tenere sempre gli occhi bene aperti e controllare i loro cellulari: cogliere i piccoli segnali è fondamentale, un cambiamento del comportamento dei propri figli, talvolta, può nascondere un malessere che non hanno il coraggio di raccontare. Spero che il mio racconto possa aiutare altre famiglie a non vivere esperienze simili».

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