Il processo

Il muro di omertà abbattuto dal padre coraggio 

Il racconto in aula delle “indagini private” svolte dai familiari del giovane di Ilbono 

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Qualcuno negava di aver visto, altri addirittura di essere stati a Bari Sardo la sera del primo marzo di due anni fa per i festeggiamenti di carnevale. Il muro di omertà eretto davanti agli investigatori della Procura di Lanusei è rimasto a lungo impenetrabile: nessuno parlava con gli inquirenti, nemmeno quelli che, in teoria, si dicevano amici della vittima e della sua famiglia.

A sfondarlo, con il coraggio che solo un padre disperato può avere, ci ha pensato Andrea Mameli, 52 anni di Ilbono, che – armato solo di un registratore nascosto – ha bussato alle porte del silenzio per mesi. Non una volta, ma tante. Ha parlato con tutti e chiesto a ognuno cosa fosse accaduto quella notte e chi avesse ucciso a coltellate suo figlio, Marco, di appena 22 anni. Una battaglia combattuta assieme alla moglie, Simonetta Campus, e alla figlia minore Laura, che ieri mattina è stata ricostruita nell’aula della Corte d’assise di Cagliari, dove si sta celebrando il processo nei confronti di Giampaolo Migali, 28 anni, di Girasole, accusato di omicidio aggravato dai futili motivi e del ferimento di Andrea Contu, 27 anni, anche lui di Ilbono, raggiunto per primo da una coltellata.

La disperazione

«Non sono andato a pretendere, sono andato a chiedere di sapere la verità. Non voci riportate, ma la verità», ha raccontato Andrea Mameli alla Corte presieduta dalla giudice Lucia Perra (a latere Roberto Cau). Prima, sul banco dei testimoni, era salita Simonetta Campus, la madre, che ha ricordato la telefonata che le ha spezzato la vita: «Andate al Pronto soccorso». Ma in ospedale Marco non c’era. «Scendete subito a Bari Sardo». Nessuno le ha spiegato cosa fosse accaduto. «L’abbiamo capito dalla circostanza», ha raccontato. Marco era stato accoltellato. «Ancora oggi non sappiamo perché o per come». Poi il vuoto. «C’era un sacco di gente, ma nessuno ha detto nulla, nemmeno un nome». E così i Mameli hanno cominciato a chiedere, di persona, a chiunque potesse sapere. Del 22enne la madre ha dato un ritratto semplice e luminoso. «Era un ragazzo sereno», ha detto tra le lacrime, «con una grande voglia di vivere. È un dolore profondo, misto a rabbia e delusione. Ho l’immagine di lui in quella strada».

L’indagine privata

Per il padre, Andrea Mameli, quel dolore è diventato una ricerca ostinata. È andato e tornato da Ilbono a Bari Sardo tante volte, per incontrare amici del figlio e persone che quella notte potevano essere alla festa. Pochi giorni dopo il delitto, un giovane ha chiesto di parlargli. Si sono visti all’uscita del paese. «Se mi devi raccontare, devi dirmi la verità», gli ha detto. Gli ha riferito di una discussione dentro il bar, alla quale Marco non aveva partecipato e con la quale non c’entrava nulla, poi di una colluttazione e, più tardi, di una ripresa della lite. Da quel momento ha ricostruito, pian piano, chi ci fosse e chi avesse visto, semplicemente chiedendo la verità: e il muro d’omertà si è sfaldato. «Mi hanno detto che Migali è andato contro Marco», ha ricordato, «non mi hanno detto di aver visto il coltello, ma poi mio figlio è crollato». Tutti, a dire del genitore, avrebbero confermato che il 22enne era estraneo al litigio e alla rissa scoppiati prima in un bar, ma c’è anche chi avrebbe ammesso di aver aiutato l’imputato a scappare. «Mi ha chiesto scusa», ha ripetuto, «diceva che sul momento non aveva capito».

Il muro di omertà

Sfondare il muro di omertà non è stato facile. Tanti dicevano che non c’erano, altri di non aver visto, perché era buio e le persone avevano le maschere. Poi, però, forse mossi dal senso di colpa, davanti al padre di Marco qualcuno è crollato. E siccome bisognava avere prove, allora Andrea Mameli ha registrato ogni colloquio, ogni incontro. Persino Laura, sorella minore di Marco, si sentiva dare risposte generiche. Qualcuno le diceva «che era infastidito dall’essere accostato alla vicenda», nessuno voleva avere problemi. Ora, però, già dalle prossime udienze, tutti questi giovani saranno convocati in aula per testimoniare su ciò che, inizialmente, dicevano di non sapere e di non aver visto.

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