Roma. Il deficit italiano scende ma non abbastanza. Nel 2025 il Pil è cresciuto dello 0,5%, in linea con le attese, ma il disavanzo si è fermato al 3,1%, inferiore al 3,4% del 2024 ma ancora sopra il limite del 3% previsto dal Patto di stabilità, impedendo per ora l’uscita della procedura di infrazione europea.
Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha precisato che i dati Istat sono provvisori e pubblicati prima della comunicazione ufficiale a Bruxelles. La mancata riduzione sufficiente del deficit è legata al «colpo di coda del Superbonus», i cui effetti pesano anche sul debito, salito oltre il 137% del Pil.
Le prossime tappe
Margini di revisione esistono: i dati saranno trasmessi a Eurostat entro il 31 marzo e il conto definitivo arriverà con la notifica per deficit eccessivo del 21 aprile 2026, se saranno disponibili informazioni aggiornate. Bruxelles prende tempo: un portavoce della Commissione Ue ha fatto sapere che il disavanzo italiano sarà valutato nel Pacchetto di primavera del Semestre europeo 2026, a giugno, sulla base dei dati di consuntivo 2025. Anche sull’uscita dalla procedura, su cui Giorgia Meloni aveva espresso ottimismo, nulla è ancora deciso.
La partita ha rilevanza politica e finanziaria: scendere sotto il parametro di Maastricht permetterebbe all’Italia di uscire dalla sorveglianza rafforzata e di attivare la clausola di salvaguardia per la difesa prevista dalle nuove regole europee, rispettando l’impegno del governo di investire 12 miliardi in tre anni a scopo militare, come indicato nell’ultimo Documento programmatico di finanza pubblica.
Opposizione all’attacco
A Roma però le critiche non mancano. L’opposizione attacca il Mef e il governo: Elisa Pirro (M5S) definisce Giorgetti «un impostore» e parla di conti «allo sfascio»; per Antonio Misiani (Pd) senza gli investimenti Pnrr l’Italia sarebbe stata in recessione e giudica deludenti i dati sui conti pubblici; Mario Turco (M5s) evidenzia l’aumento della pressione fiscale, ora al 43,1% del Pil, il valore più alto in 20 anni. Per l’Istat, la crescita delle entrate fiscali e contributive superiore a quella del Pil spiega l’incremento. Per la Cgil, il risultato è un «fallimento».
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