Prima viene la musica, e non potrebbe essere diversamente per “Il cappello di paglia di Firenze”, opera scritta nel 1945 da Nino Rota, il compositore che ha impreziosito con le sue colonne sonore numerosi capolavori del grande schermo quali “Romeo e Giulietta” di Zeffirelli, “Il Padrino” di Coppola e “Amarcord” di Fellini, solo per citare qualcuna delle oltre cento che il maestro ha composto in oltre cinquant’anni di carriera, vincendo tre Nastri d’argento, un David di Donatello, un Bafta, un Golden Globe e un Premio Oscar per la migliore colonna sonora.
Sipario!
Quando alla prima di mercoledì 23 settembre, al Teatro Lirico di Cagliari si alza il sipario, sul palco biancheggia una pedana inclinata e rotante sulla quale, nel corso della rappresentazione, scorreranno le pareti dalle cui porte entreranno e usciranno i numerosi personaggi che popolano la vicenda. La follia di una giornata di festa viene resa così dalla vivace e briosa regia di Damiano Michieletto, con rotazioni della pedana e scorrimenti delle pareti, creando ambienti nuovi via via che la storia si avvicina al suo scioglimento finale.
La storia
A Parigi il giovane Fadinard, magistralmente interpretato dal tenore Marco Ciaponi, sta per convolare a nozze con la bella e amata Elena, affidata al soprano Lavinia Bini, perfetto contraltare del suo amato: laddove lui si ritroverà per tutto il tempo perduto nella spasmodica ricerca di un cappello di paglia di Firenze – il suo cavallo ha mangiato quello della signora Anaide (Anna Maria Sarra) che, intenta in fedifraghe effusioni con il bel tenente Emilio (Antonino Giacobbe), lo ha appeso a un ramo, lasciandolo alla mercé dei passanti, ma senza il quale le è impossibile tornare a casa dal gelosissimo marito (Marco Filippo Romano) – Elena sembrerà a lungo indecisa tra l’amore e l’addio alla casa paterna. Torniamo all’elemento della discordia, ovvero il cappello: se Fadinard non ne troverà uno identico, il tenente lo sfiderà a duello. Nonancourt, il padre della sposa, un agricoltore lamentoso interpretato con straordinaria efficacia dal basso Roberto Lorenzi, che disprezza il futuro genero al punto da minacciare costantemente di mandare «tutto a monte!», si presenta sul palco con le scarpe troppo strette, un alberello di arancio sotto il braccio, e alla ricerca continua di una scusa per portare l’adorata figlia via da Parigi. Le forze in gioco e in continua tensione in questa commedia farsesca che gioca intelligentemente con gli equivoci, sono dunque queste. Fadinard dovrà correre tutto il tempo, prima da una modista che no, non ha quel tipo di cappello, poi dalla baronessa di Champigny, che lo scambierà per il famoso maestro violinista Minardi; quando poi il violinista dell’orchestra Gianmaria Melis, fuori dal Golfo Mistico, dice violino in spalla «sono io, Minardi!» il teatro esplode in una fragorosa risata.
Il coro
Ma il cappello non si trova neppure dalla baronessa, la quale lo ha donato alla proprio nipote madame Beaupertuis. E allora via, di nuovo, tutti in fila – e in tanti già piuttosto alticci! – verso la prossima destinazione, perché il tempo scorre, la disperazione si affaccia al cuore di Fadinard, ancora «tutto a monte!» urla il suocero, e ancora gira la pedana e si muovono le pareti e corrono i personaggi accompagnati dal coro, affidato alla conduzione di Massimo Fiocchi Malaspina, che in questa produzione debutta con successo nel nuovo incarico. Alla fine, «omnia vincit amor», l’amore trionfa su tutto? È proprio così: arrendiamoci anche noi all’amore.
Che spettacolo
Nino Rota dovette attendere dieci anni prima che il Teatro Massimo di Palermo portasse in scena l’opera, nell’aprile del 1955. Da allora, ce ne sono voluti altri settantuno prima che arrivasse a Cagliari: gli oltre dieci minuti di applausi che il pubblico ha tributato all’intero complesso del Lirico, indicano non solo la qualità e la modernità dell’opera, ma anche il bisogno da parte del pubblico di una leggerezza che, nel “Cappello di paglia di Firenze”, è tutt’altro che superficialità.
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