La crisi

Cuba ha fame, esplode la protesta 

Raid in una sede del partito comunista. L’Avana: trattiamo con gli Usa 

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L’Avana. Mentre Cuba conferma l’avvio di un negoziato ancora carico di incognite con gli Stati Uniti, nell’isola cresce la tensione nelle strade e monta la protesta di una popolazione allo stremo, tra blackout e scarsità di cibo a causa di una crisi economica sempre più profonda. Venerdì notte alcuni manifestanti hanno invaso la sede del Partito comunista a Morón, nella provincia di Ciego de Ávila. Immagini diffuse sui social e rilanciate da media indipendenti mostrano un gruppo entrare nell’edificio, portare in strada mobili, quadri e materiale di propaganda e bruciarli in un grande falò tra slogan contro il governo.

Isola allo stremo

La notizia - fatto raro a Cuba - è stata ripresa anche dai media filogovernativi, che hanno definito gli incidenti «atti di vandalismo» degenerati al termine di una manifestazione «iniziata pacificamente». La versione ufficiale parla di cinque arresti e un ferito. L’episodio si inserisce in una mobilitazione sempre meno timida che da giorni attraversa il Paese. A esasperare la popolazione è soprattutto la crisi energetica, che costringe a interruzioni di corrente fino a 20 ore al giorno con ricadute sull’approvvigionamento idrico e alimentare. L’insufficiente produzione del sistema elettrico - affidata a centrali termiche tecnologicamente obsolete - è ulteriormente calata nelle ultime settimane per le pressioni di Washington sui fornitori di petrolio dell’isola, che hanno sostanzialmente bloccato gli arrivi dei carburante.

Il nipote di Castro

Intanto il governo si tiene in un equilibrio sempre più fragile tra proteste interne e pressing Usa, confermando l’apertura del dialogo con Washington. L’obiettivo, nelle parole del presidente Miguel Díaz-Canel, è «identificare aree di cooperazione che contribuiscano alla sicurezza e alla pace delle nazioni e nel continente». I contatti si svolgerebbero sotto la supervisione dello stesso Díaz-Canel e dell’ex presidente Raúl Castro. Dalle indiscrezioni emerge però anche il nome del nipote omonimo dell’anziano leader, Raúl Guillermo Rodríguez Castro, soprannominato “Cangrejo”, cioè granchio, per via di una malformazione a una mano. Pur senza incarichi ufficiali, il giovane è indicato come possibile interlocutore in contatti riservati con il segretario di Stato Marco Rubio. Le ricostruzioni alimentano le speculazioni su un negoziato in stile Venezuela. Per Usa Today, l’intesa allo studio includerebbe un’uscita negoziata di scena di Díaz-Canel, mentre la famiglia Castro resterebbe nel Paese. In un secondo momento arriverebbe l’alleggerimento delle sanzioni nei settori dell’energia, dei porti e del turismo, insieme a una maggiore flessibilità nelle restrizioni ai viaggi verso l’isola.

I detenuti liberati

Comunque, il ministro degli Esteri Bruno Rodríguez, ha chiarito come il dialogo con gli Stati Uniti «non riguarda in alcun modo gli affari interni, gli ordinamenti costituzionali né i modelli politici, economici e sociali dei due paesi». Per il capo della diplomazia cubana l’obiettivo resta «trovare una via alle divergenze bilaterali nel rispetto del diritto internazionale e della sovranità di entrambe le parti». E al dialogo con gli Usa si affiancano dei segnali di distensione, tra cui la liberazione di 51 detenuti.

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