Sa Paradura.

Con il granito e con il cuore Gli Istantales ad Amatrice «perché siamo tutti fratelli» 

La band conclude il tour solidale nelle comunità ferite dai terremoti 

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Dal cuore della Sardegna è partita una roccia antica, con un compito ben preciso: ricordare a chi ha sofferto che non è solo. Porta con sé millenni di vento e di silenzio e oggi riposa nelle piazze dell’Aquila, di Cascia, di Norcia e di Amatrice, dove la terra ha tremato e ha portato via case, voci, abitudini. È il granito dei quattro guerrieri nuragici scolpiti a mano da Marco Cabras di Villamar. Su ciascuno è incisa la frase «Siamo tutti fratelli», pronunciata da zio Martinu Monne nell’ Elias Portolu di Grazia Deledda. A portarli in quei luoghi sono gli Istentales, la band etnorock guidata da Gigi Sanna che, con “Le radici del tempo”, ha deciso di rinnovare l’antica tradizione pastorale di Sa Paradura: quando un allevatore perdeva il gregge, ogni vicino gli donava una pecora per consentirgli di ripartire. Dopo i fenomeni sismici del 2009 e del 2016, grazie a Coldiretti e Protezione Civile, quel gesto attraversò il mare e circa duemila pecore arrivarono dalla Sardegna a Cascia e all’Aquila a pastori che avevano perso tutto sotto le macerie.

In viaggio

«Sono passati più di dieci anni e io non ho dimenticato nulla», racconta Sanna. «In entrambe le tragiche occasioni, abbiamo portato Sa Paradura perché, quando c’è bisogno, la vicinanza va fatta sentire subito. Anche quello che finiamo questa sera non è un semplice tour, ma il ritorno a un rapporto umano nato spontaneamente tra le nostre comunità. Siamo venuti a vedere a che punto siamo con la ricostruzione e a dire che il nostro patto di vicinanza non si è mai interrotto. Ogni volta che saliamo su questi palchi ci sentiamo a casa, tra fratelli». Il viaggio ha toccato L’Aquila e poi Cascia, il cui concerto di venerdì è stato trasmesso in diretta streaming web da L’Unione Sarda, portando le note e le piazze nelle case dei sardi lontani. Ieri è stata la volta di Norcia e stasera il tour si concluderà ad Amatrice. Sul palco, insieme a Sanna, Sandro Canova, Luca Floris, Francesco Caboni, Tonino Maccari e Francesco Lai. I concerti sono stati tutti gratuiti e il service è arrivato dalla Sardegna, grazie al sostegno di Coldiretti e SEU – Sardi emigrati uniti- con il patrocinio della Regione Sardegna. «Più ancora dei concerti», sottolinea Sanna, «ciò che conta, per noi, è la solidarietà. La musica è il mezzo ma il cuore del viaggio è la vicinanza».

La forza della poesia

La musica, infatti, è stata solo una delle voci. Accanto, a rispondersi come in un’antica sfida di rime, ci sono quelle di due poeti: il sardo Stefano Demelas, maestro del canto a bolu, e l’abruzzese Alessio Runci, signore dell’ottava rima. Hanno improvvisato versi su terra, memoria e rinascita, alternando sardo e italiano, in una comprensione d’anime in grado di superare qualsiasi divergenza linguistica. «Sono due tra le tradizioni orali più antiche d’Italia, nate dal mondo pastorale», spiega Sanna. «Le lingue sono diverse, ma il ritmo e l’emozione parlano a tutti. Sono convinto che le ferite della storia si possano rimarginare anche attraverso la cultura». Poi il bilancio della sfida: «La gara poetica è andata benissimo. Alla fine ha vinto Demelas, grazie al sostegno di tutti i sardi emigrati che erano in piazza: è stato bellissimo».

Protezione

La pietra, intanto, continuerà a parlare anche quando la musica finirà. «Il granito resiste al tempo e alle forze più devastanti della natura, come chi lotta per ricostruire», riflette Sanna. «I guerrieri nuragici sono lì a protezione di queste comunità. La consegna è stata un momento suggestivo e commovente e il grazie che abbiamo ricevuto non ha un limite. Volevamo lasciare qualcosa di duraturo, che continuasse a sottolineare la nostra vicinanza anche quando saremo ripartiti. Unire la nostra roccia alle montagne dell’Appennino significa creare un monumento permanente alla fratellanza e alla voglia di rinascere più forti di prima». È il senso più profondo del viaggio: due terre lontane, entrambe fatte di roccia e di pazienza, che si riconoscono. «Tra le montagne dell’Abruzzo, del Lazio e dell’Umbria e le rocce della Sardegna scorre lo stesso sangue fiero», conclude Sanna. «Uniti nel dolore di ieri, fratelli nella rinascita di oggi e di sempre».

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