«La sfida più grande riguarda il personale. Stiamo lavorando con Ares, con le aziende sanitarie e con le organizzazioni sindacali per rendere la Sardegna più attrattiva, soprattutto nelle sedi che soffrono maggiormente la carenza di medici e operatori sanitari. L’obiettivo è riempire le strutture di professionalità e risposte concrete per i cittadini».
Così la presidente e assessora alla Sanità Alessandra Todde, all’annuncio che il traguardo degli obiettivi previsti dal Pnrr è stato raggiunto. Cinquantanove case e 17 ospedali di comunità sono “certificati”, un risultato che consente alla Sardegna di utilizzare l’intero finanziamento – 100 milioni di euro di risorse del Pnrr e 10 milioni di fondi regionali – ma questo percorso in realtà è ancora in gran parte da scrivere. «Sarà completato entro il 2027», dunque, servirà un altro anno e mezzo.
Le difficoltà
Alcuni presìdi stanno già operando, altri hanno parecchie difficoltà – la Uil Fp, ad esempio, denuncia «il caos» in alcune strutture della Asl di Sassari, per mancanza di personale, turni anche di 12 ore, e spostamento di operatori da un luogo a un altro – in altri sono stati solo tagliati i nastri, in altri ancora esistono soltanto gli edifici e chissà quando potranno realmente operare, certo è che il rischio “scatole vuote” è diffuso a livello nazionale, e si intreccia a doppia mandata con la riforma Schillaci al momento congelata per l’enorme contrarietà espressa da tutti sulle modalità di impiego dei medici di medicina generale e sulla mancanza di un confronto, e perché anche nella maggioranza di governo ci sono posizioni differenti.
«Sono convinto che troveremo una quadra», ha spiegato il ministro sabato a Venezia, «far lavorare i medici di famiglia nelle case di comunità è una rivoluzione alla quale non possiamo tirarci indietro». Inoltre – viene ricordato – nelle case di comunità lavoreranno anche gli specialisti, gli infermieri, i fisioterapisti.
La rivolta
Però, al momento, sono tutti di traverso. «Lo ribadiamo: siamo aperti a un cambiamento reale che, attraverso la tutela dei professionisti, sia rispettoso dei diritti dei cittadini», avverte lo Smi. «Una riforma non concertata rischia di desertificare ancora di più l'assistenza territoriale con il pericolo di dimissioni massive da parte del personale in servizio».
Netta la posizione del sindacato Cimo Fesmed: «I medici ospedalieri non possono lavorare nelle case di comunità. Sia per il rispetto del contratto nazionale sia per ragioni organizzative. Consideriamo inaccettabile che alcune aziende sanitarie chiedano ai medici ospedalieri di lasciare i reparti per coprire turni nelle nuove strutture territoriali. E in una fase segnata da una grave carenza di personale medico e da liste d'attesa sempre più lunghe, sottrarre professionisti agli ospedali significherebbe aggravare le difficoltà nell’organizzazione dei turni».
Allarme anche dal sindacato degli infermieri Nursind: «A livello nazionale servirebbero circa 70mila professionisti per rendere operative le case di comunità previste dal Pnrr». In Sardegna – già oggi nei reparti ospedalieri – mancano all'appello almeno 1.500 infermieri.
Le proposte
Interviene Mauro Congia, medico al Microcitemico, con proposte operative: «La prima consiste nel favorire, esclusivamente su base volontaria, la mobilità verso le case della comunità di professionisti ospedalieri che, per ragioni di salute o limitazioni funzionali, non possono più svolgere attività particolarmente gravose nei reparti per acuti». Ancora: «La seconda riguarda il patrimonio di competenze rappresentato dai professionisti appena andati in pensione. Molti medici ospedalieri, pediatri e specialisti lasciano il servizio ancora in piena efficienza professionale. Offrire loro contratti flessibili ad ore nelle case della comunità consentirebbe di mantenere sul territorio competenze maturate in decenni di esperienza, garantendo contemporaneamente attività di tutoraggio per i professionisti più giovani».
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