Occupazione.

AI, nuovi confini nel mondo del lavoro 

Il dibattito al forum mondiale: «Le aziende faranno di più con meno dipendenti» 

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Uno “tsunami” pronto a travolgere il mondo del lavoro, con l’intelligenza artificiale che rischia, nella ricerca della produttività, di far fare alle aziende di più con meno dipendenti. Oppure, come ha detto a Davos il ceo di Nvidia Jensen Huang, una rivoluzione in cui «anche se scompariranno dei posti di lavoro, ne spunteranno di nuovi». Il Forum economico mondiale si è concluso con un’iniziativa del Wef, pubblicata a Davos, che si chiama “Reskilling Revolution” e vuole essere «un passaggio fondamentale nel promuovere uno sforzo globale per equipaggiare un miliardo di persone dell’educazione e delle capacità per l’economia di domani».

L’argomento

Perché c’è un tema trasversale che preoccupa tanti, ed eccita alcuni. L’intelligenza artificiale – per dirla con Saadia Zahidi, managing director del Wef – porterà nell’economia globale «la trasformazione più significativa che si sia vista in decenni». Secondo Zahidi «il futuro del lavoro non è pre-determinato» e come andrà a finire per i lavoratori «dipenderà dalle opportunità di formazione, dal sostegno che verrà offerto alla transizione». L’iniziativa del Wef punta a formare nell’AI e negli skill digitali milioni di persone con l’impegno di nomi come Adobe, Cisco, Sap, Salesforce. Ma è anche la spia che c’è grande preoccupazione per il futuro del mondo del lavoro. Uno dei panel del Wef era dedicato a come “Prevenire una crescita senza posti di lavoro”, partendo dal presupposto che 92 milioni di posti di lavoro potrebbe scomparire, globalmente, entro il 2030. Huang, durante i lavori di Davos, da capo del colosso dei processori più ricercati per l’AI vede nuovi posti di lavoro nell’energia, nell’industria dei chip, nell’infrastruttura e nelle riunioni fra le Alpi svizzere è arrivato a promettere «jobs, jobs, jobs». Qualcun altro è molto meno ottimista. Kristalina Georgieva, direttrice generale del Fondo monetario internazionale, ha parlato di «una trasformazione massiccia della domanda di competenze: nei prossimi anni, nelle economie avanzate, il 60% dei posti di lavoro sarà influenzato dall’AI, tra ruoli potenziati, trasformati o eliminati; a livello globale la quota è del 40%. È come uno tsunami sul mercato del lavoro».

I nodi

E ha previsto «due problemi seri. Il primo è che i compiti eliminati dall’AI coincidono spesso con quelli tipici dei lavori entry-level. I giovani fanno quindi più fatica a entrare nel mercato del lavoro. Il secondo problema riguarda i lavori che non vengono toccati dall’AI: restano gli stessi, ma sono pagati meno». Matthew Prince, Ceo del colosso della cybersecurity Cloudflare, ritiene che l’AI potrebbe diventare così dominante da travolgere le piccole imprese, con gli acquisti dei consumatori sempre più affidati ad agenti autonomi. Secondo Alex Karp, co-fondatore e Ceo del colosso della sorveglianza Palantir, i mestieri da diploma professionale – dal sarto all’idraulico – «avranno più valore». La rivoluzione Ia travolgerà i colletti bianchi dove emergerà sempre più che «chi fa il lavoro X dovrebbe fare il lavoro Y». E nel giro di tre anni «metterà a nudo il vero valore di mercato» di ciò che produce un lavoratore.

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