la STORIA

Volontaria del 118 e infermiera,  una vita per gli altri 

L’esperienza di Annalisa Mancosu,  presidente dell’Acra di Samassi 

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«Il volontariato nel 118? Senza non potrei vivere». Annalisa Mancosu, 55enne di Serramanna, non è una volontaria qualunque. Perché alla salute degli altri dedica almeno sessanta ore alla settimana, le prime 36 da contratto con l’azienda ospedaliera universitaria in qualità di infermiera (ha la specializzazione in Ostetricia) al San Giovanni di Dio di Cagliari, tutte le altre come operatrice (e presidente fondatrice) dell’Acra, l’associazione che assicura il servizio d’emergenza a Samassi, paese nel quale si è trasferita molti anni fa per amore. E l’amore l’accompagna anche in ambulanza, perché della stessa associazione fa parte il marito Raimondo Grecu, 58enne samassese, che quando non indossa la divisa arancione, lavora al museo archeologico di Cagliari. «Io sono presidente e lui è il mio vice, ma quando torniamo a casa siamo solo marito e moglie».

Quanto dura la sua giornata?

«Inizia presto, alle 5 del mattino, prendo il treno alle 6 verso Cagliari ed entro al lavoro al San Giovanni di Dio alle 7, smonto alle 14,30, alle 14,55 sono di nuovo sul treno per tornare a Samassi, arrivo a casa alle 15,40. Se ho il tempo mi distendo un attimo, altrimenti, com’è successo ieri visto che la pizzeria era chiusa, vado a comprare la cena per i ragazzi dell’Acra: pane e affettato per tutti. Alle 18,45 inizio il turno in sede e, se tutto va bene, finisco a mezzanotte».

Non bastavano i pazienti in ospedale?

«Sono due cose del tutto diverse».

Chi glielo fa fare?

«Questa è una domanda che non bisogna farsi, non è necessaria. Non me lo fa fare nessuno, ma so che non potrei farne a meno».

Perché?

«Perché ne ho bisogno, mi fa sentire bene ed è un servizio troppo importante. Per tre volte ho salvato mio padre dall’arresto cardiaco e una volta mio figlio da una grave crisi asmatica. In certi casi la tempestività è tutto».

Non ci sono altri presidi?

«Se non ci fossimo noi, a Samassi non verrebbe garantita l’assistenza in tempi celeri perché tutte le altre associazioni o l’ospedale sono a più di dieci minuti di distanza. È troppo importante, può fare la differenza tra il salvare una vita o perderla».

Quando ha iniziato?

«Nel volontariato ho cominciato a 14 anni con i ragazzi con sindrome di Down, poi nel penitenziario minorile, nel carcere di Buoncammino fino a quando non sono entrata nel servizio del 118».

Com’è andata?

«Avevo chiesto ai volontari di Nuraminis di riportare a casa il padre morente di una mia amica, in cambio sarei entrata nella loro associazione. Mi hanno aiutato e così è iniziato tutto. Era il 2002».

Com’è nata l’Acra a Samassi?

«L’abbiamo fondata noi 16 anni fa, eravamo in nove: ora conta cento soci, ma quelli attivi sono circa 18. Troppo pochi».

Quanto è cambiata l’assistenza sanitaria in questi anni?

«Purtroppo è peggiorata moltissimo e lo dico da infermiera e da volontaria, sia dal punto di vista umano che professionale. Purtroppo la tecnologia ha portato ad avere meno umanità».

E i pazienti?

«Dopo il Covid non c’è stato più rispetto per nessuno: sembra che tutto sia dovuto».

Il fatto che manchino i medici influisce sulla vostra attività?

«È tutto più complicato. Riceviamo richieste per qualunque cosa e poi restiamo ostaggio dei Pronto Soccorso per ore perché non possiamo lasciare pazienti né barelle».

Tolto camice da infermiera e divisa da volontaria, le resta qualcuno da assistere?

«Sì, spesso mi chiamano a casa per punture, medicazioni, flebo magari per persone alle quali ancora non è stata attivata l’assistenza a domicilio».

Gratis?

«Certo, ci mancherebbe. Lo faccio da volontaria».

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