N on bastavano le cavallette fritte, adesso anche le nutrie in umido. “Vorrei qualcosa di diverso, ma che non fosse troppo diverso da quello che credo possa essere diverso”. Il giornalista scrittore Leo Longanesi per togliersi la “pilisca”, lo sfizio del diverso, non pensava di certo al roditore habitué di acque non proprio cristalline. A nessuno verrebbe in mente di rosolarlo con capperi e olive come il coniglio ma non al consigliere regionale del Veneto Stefano Valdegamberi che considera la nutria o castoro di palude, una leccornia da mettere nei menù. “Non è carne bianca e non va frollata. È buona in umido, al forno o, come fanno in America, alla griglia”. E fin qui affari suoi se non fosse che il consigliere regionale tanto è certo della squisitezza della “madrona” che ha presentato una mozione perché la Regione veneta chieda al Ministero della salute” il riconoscimento della nutria come carne idonea al consumo umano, tramite un apposito decreto ministeriale”. Esagerato! La proposta del politico veneto ha i suoi perché: catturare quei roditori abbondanti nella sua regione e proporre il consumo di piatti che in Patagonia, Lusiana e Francia sarebbero già eccellenze da leccarsi i baffi. Ognuno ha i suoi gusti ma con la cucina italiana, patrimonio mondiale dell’Unesco, il patè di ragondin o composto di nutria che sia è una bestemmia tradotta in mozione.

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