I n Italia convivono da tempo, e tra loro confliggono, due politiche: una di destra, l’altra di sinistra. Questo, nella percezione comune, pare elemento virtuoso della democrazia. E lo sarebbe se entrambe perseguissero, per dirla con Aristotele, «il bene assoluto dello Stato in quanto comunità più importante, che comprende tutte le altre». Ossia: se volassero alto mirando all’interesse comune e se ogni loro azione non tendesse esclusivamente a potenziare la propria parte a scapito non solo di quella avversa ma dello stesso Stato. Destra e sinistra, entrambe di nobili origini, sono diventate due contenitori di partiti. Non è vero che sono quasi omologate e che tra loro non c’è più una netta distinzione, come molti si ostinano a sostenere per compiacere ai fautori dell’economia della globalizzazione. Mai quanto in questo momento nel mondo occidentale la distinzione è netta e rispecchia ciò che politicamente l’una e l’altra esprimono. L’Italia pare, più di altri stati europei, un laboratorio dove si maneggiano esplosivi. La sinistra, dall’opposizione, cavalca ogni occasione, anche la più banale, per una contestazione preconcetta e distruttiva. Fino al limite estremo di giustificare o non condannare la violenza di chi agisce con il dichiarato intento di sovvertire lo Stato. La destra, al governo, contrasta; ma non va oltre i palliativi. Un pericoloso tiro alla fune.

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