CULTURA

l'intervista

Sardegna terra di untori? Parla l'antropologo: "Una dinamica da capro espiatorio"

L'esperto Francesco Bachis riflette su stereotipi e pregiudizi sull'Isola emersi durante l'emergenza Covid-19
francesco bachis
Francesco Bachis

Francesco Bachis è ricercatore di Antropologia Culturale all'Università di Cagliari. I suoi studi sono rivolti alle migrazioni transnazionali, al razzismo e all'identità in Sardegna. Un'identità che nel corso dell'estate ha avvertito il peso di resoconti, titoli di giornali, commenti ritenuti ingenerosi e ingiusti.

La Sardegna sarebbe diventata terra di untori dopo essere stata a lungo Covid Free. Che cosa succede? Come spiegare questa immagine non veritiera?

"Da un lato mi sembra una dinamica da capro espiatorio. La Sardegna è solo l'ultima arrivata dopo i runner, le discoteche, i giovani e persino i migranti. Dall'altro è l'avverarsi una facile profezia sul rapporto diseguale tra pezzi dello stato italiano: da un lato il Nord produttivo, dall'altro il Meridione e le Isole. A parti invertite, diceva qualcuno agli inizi dell'emergenza, ci avrebbero chiuso e avrebbero buttato via la chiave. I focolai del Nord Sardegna rendono possibile questa inversione, almeno nella narrazione mediatica. Ciò ha poco a che vedere con gli andamenti epidemiologici e molto con la produzione del nemico. La Sardegna e la sua immagine stereotipata da isola delle vacanze da sogno è sembrata in questa fase 'buona per pensare' un responsabile dell'accrescersi dei contagi".

Sono emerse pericolose semplificazioni nell'analisi di molti commentatori.

"Devo dire che questa, per un antropologo che studia la Sardegna, è stata la parte più interessante di tutta la vicenda. Quasi una 'tempesta perfetta' per leggere come funzionano pregiudizi e stereotipi, positivi o negativi che siano. Noi sardi che ci indigniamo quando si evocano le pecore per parlare di Sardegna siamo gli stessi che rivendichiamo orgogliosamente di appartenere a un "popolo di pastori" riproducendo con ciò un legame intimo tra pastoralismo e Sardegna".

Come leggere questa contraddizione?

"Un conto è dire 'siamo tutti pastori' un altro e sentirsi dire 'siete tutti pastori'. Lo stereotipo è lo stesso, ma nel secondo caso funziona come marcatore di confine per escludere. Significa ribadire la subalternità, proclamare l'esclusione da una modernità esibita - quella della Costa Smeralda e in generale del turismo dei ricchi - che non ci meritiamo perché, alla fin fine, siamo destinati quasi ontologicamente a restare arretrati, incapaci di uscire fuori dal gregge".

C'è un altro dato: i contagi sono nati nel paradiso dei vip. In una Sardegna, dicono in tanti, lontana da quella reale.

"Io credo che ci sia un'opposizione troppo semplificatoria tra una Sardegna vera e una Sardegna falsa o comunque non 'reale'. Così come un affievolirsi di quelli che Pietro Clemente ha definito 'opposti essenzialismi' nel rapporto quotidiano tra i sardi e la Costa Smeralda. Se si volesse trovare una traccia più concreta di questa frattura tra le due Sardegne, questa va cercata non tanto nelle chimere dell'identità quanto nella più squisita delle dinamiche di classe: oltre 60 lavoratori del Billionaire positivi al Covid, alcuni anche in condizioni non buone. Lavoratori che si sono ammalati sul proprio posto di lavoro".

Tanti vip contagiati che nei loro racconti hanno contribuito a rafforzare l'immagine di un'isola non sicura...

"Non è la prima volta. La Sardegna storicamente è stata descritta come una terra infida e pericolosa. Oggi, in più, c'è la competizione globale dell'economia turistica: un luogo di vacanza deve essere sicuro. Il titolo di Repubblica 'La Sardegna spaventa' ha colpito molto anche per via dell'accresciuta consapevolezza del peso delle economie del turismo nell'Isola. Chissà, magari quarant'anni fa la fuga dei turisti sarebbe stata salutata con un 's'andada de su fumu'.

Che cosa ci insegna quest'estate post lockdown?

"Che occorre rallentare. La nozione di accelerazione è una delle chiavi di lettura che l'antropologia ha proposto per leggere ciò che chiamiamo globalizzazione. Processi di crescita fuori controllo che si alimentano vicendevolmente fino a tendere al collasso; o ancora la cosiddetta sindrome da tapis roulant, che tutte le giovani generazioni sperimentano quotidianamente, per cui per mantenere la propria posizione occorre andare sempre più veloci, crescere sempre di più. Il Covid, e l'apparente rallentamento indotto in questi processi, sembra costringerci - con le cattive - a rivedere e ripensare il nostro sistema economico e il nostro modo di stare al mondo".

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