CRONACA - ITALIA

Strage via d'Amelio, la Corte d'assise: "Fu il più grave depistaggio della storia"

una delle immagini della strage di via d amelio a palermo
Una delle immagini della strage di via D'Amelio a Palermo

"Le dichiarazioni di Vincenzo Scarantino sono state al centro di uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana".

Per la prima volta, i giudici di Caltanissetta scrivono del clamoroso depistaggio delle indagini sulla strage di via D'Amelio costata la vita al giudice Paolo Borsellino e lo fanno nelle motivazioni della sentenza del processo Borsellino quater, depositate ieri.

Tra le 1.856 pagine la corte d'assise dedica un lungo capitolo al falso pentito Scarantino, delineando "un proposito criminoso determinato essenzialmente dall'attività degli investigatori, che esercitarono in modo distorto i loro poteri".

Le pressioni degli inquirenti, secondo i giudici della Corte, fecero venir meno le capacità di reazione di Scarantino che accusò della strage, insieme ad altri due falsi pentiti, sette innocenti.

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

Nelle motivazioni vengono utilizzate della parole durissime nei confronti degli investigatori, coloro che facevano parte del gruppo Falcone e Borsellino guidati dall'allora capo della squadra mobile di Palermo Arnaldo La Barbera: dovevano scoprire i responsabili delle bombe, invece sarebbero stati loro a indirizzare l’inchiesta e a costringere Scarantino a raccontare una falsa versione della fase esecutiva dell’attentato.

La Corte d’assise accusa gli investigatori di aver compiuto "una serie di forzature, tradottesi anche in indebite suggestioni e nell’agevolazione di una impropria circolarità tra i diversi contributi dichiarativi, tutti radicalmente difformi dalla realtà se non per la esposizione di un nucleo comune di informazioni del quale è rimasta occulta la vera fonte".

Sempre secondo la Corte ci sarebbe "un collegamento tra il depistaggio e l'occultamento dell'agenda rossa di Paolo Borsellino, sicuramente desumibile dall'identità di uno dei protagonisti di entrambe le vicende".

Via d'Amelio
Via d'Amelio

Per la corte l'agenda del magistrato, da lui custodita in una borsa e scomparsa dal luogo dell'attentato, "conteneva una serie di appunti di fondamentale rilevanza per la ricostruzione dell'attività da lui svolta nell'ultimo periodo della sua vita, dedicato ad una serie di indagini di estrema delicatezza e alla ricerca della verità sulla strage di Capaci".

Secondo i giudici, uno dei moventi del depistaggio potrebbe essere "l'occultamento della responsabilità per la strage di via D'Amelio, nel quadro di una convergenza di interessi tra Cosa nostra e altri centri di potere" che percepivano come un pericolo l'opera di Borsellino.

(Unioneonline/s.a.)

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