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La lettera del giorno

"Ribattezzare largo Carlo Felice? Prima conosciamo noi stessi"

"Io sarei per dare una connotazione propria, unica, alla città e alla Sardegna, restituendo i toponimi modificati per appiattire l'identità sarda"
largo carlo felice a cagliari (archivio l unione sarda)
Largo Carlo Felice a Cagliari (archivio L'Unione Sarda)

"Gentile redazione,

si apre a Cagliari il dibattito tra chi vuole cambiare il nome al Largo Carlo Felice e chi lo difende..." La capitale della Sardegna da almeno duemila anni e più, a detta di molti storici, è il luogo del potere dove, gli occupanti di turno, risiedevano, formavano o inviavano i rappresentanti. Forse, in origine, è stata la più grande città nuragica, ma con buona probabilità non lo sapremmo mai. Possiamo solo sognarlo o dedurlo dall'edificato a contorno. Certamente fu un fondaco fenicio (chiunque essi fossero), punico, poi, non piccola, città romana. Dopo gli anni bui dei Vandali, dei Bizantini, divenne sede di un importante giudicato, un regno (F.C. Casula). Fu distrutta dai Pisani che la rifondarono, nel colle murato e turrito, dove i Sardi non entravano, se non per le "commissioni". Fu spagnola candu sos Sardos dusus boganta a son'e corru, a merì (li cacciavano all'imbrunire al suono del corno) pena la vita. Fu infine Piemontese. I cagliaritani, appaiono e sono descritti, come una miscela di nobiltà, cavalierato, piccola borghesia e plebe forestiera e locale, insomma, un crogiolo di identità, ma sempre città del potere esterno, più o meno imposto. Tuttavia dal dopo guerra Cagliari è cresciuta tanto, è cambiata per la veloce urbanizzazione prodotta da chi, dall'interno, si trasferiva in città. Sardi, questa volta, non Pisani o Piemontesi. Lavoratori, commessi, funzionari o dirigenti di una burocrazia sempre più vasta, costosa e numerosa. Piccoli commercianti, artigiani o tecnici, insegnanti che, nel breve passare di una generazione, hanno anche perso la lingua e il senso più profondo dell'appartenenza all'Isola. La Città, tuttavia, dicono, è sempre rimasta sotto il controllo delle "famiglie", quelle "fenice", giusto per citare Paolo Fadda. È triste, oggi, vedere come i cagliaritani siano legati alla loro identità coloniale. Anche se, in realtà, sarebbe corretto fare almeno qualche distinzione fra le categorie di commentatori non favorevoli:

1. La maggior parte non sa neanche di che si parla. Sono persone che non studiano, non leggono, raccolgono informazioni nell'etere, sul sentito dire o sullo schieramento di colori.

2. Una minoranza è costituita da eredi dei Punici, Romani, Pisani, Spagnoli e delle famiglie a mezzadria o a stipendio dei colonizzatori, consumatori di risorse ambientali di turno. Quelli che lo scrittore Paolo Fadda chiama, in positivo, gli eredi dei fenici, mercanti, di fatto non sardi ma, appunto, cagliaritani e basta.

3. Quelli che non capiscono l'assurdità di affiancare un tema eminentemente culturale, politico, identitario, alla presenza di spazzatura sui marciapiedi.

4. Quelli che indistintamente murrangiano, qualunque sia l'argomento proposto. Haters professionali.

5. Infine una seconda maggioranza che è affezionata a Carlo Felice perché lo vide vestito da Gigi Riva, giusto eroe nazionale, quando vincemmo lo scudetto, che hanno l'unica paura che venga confuso il paesaggio di quel ricordo. Io sarei per dare una connotazione propria, unica, alla città e alla Sardegna, restituendo i toponimi ai luoghi che i Savoia, il fascismo, e prima e dopo di loro altri ancora, modificarono con lo scopo scientificamente applicato di appiattire l'identità sarda su quella di oltremare. Un danno costoso. Questo non significa che tutti suoneremo le launeddas o canteremo a tenore ballando in tundu, ma che per una volta cercheremo di 'conoscere noi stessi' e non vergognarcene".

Antonello Gregorini - Cagliari

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