A un anno dalla tragica fine di Cinzia Pinna, parlano gli avvocati e i familiari della giovane donna uccisa a Conca Entosa da Emanuele Ragnedda. La famiglia Pinna ricorda la vittima: «Cinzia avrebbe voluto vivere, avrebbe voluto affrontare e risolvere i suoi problemi, avrebbe voluto essere felice. Aveva la possibilità di raggiungere l’obiettivo, perché era intelligente, vivace, curiosa, sensibile ed empatica, era bella e socievole e supportata da una grande e operosa famiglia. Lei amava viaggiare, ha vissuto in Australia, negli Usa, in Inghilterra e altri paesi nei quali ha lavorato e si è specializzata. Parlava tante lingue e in ogni esperienza acquisiva nuove amicizie che le sarebbero state accanto nella vita anche nelle difficoltà dell’ultimo periodo della sua esistenza. La sua morte è avvenuta nel modo più tragico e doloroso». 

Quella sera Cinzia, prosegue la lettera «era in difficoltà, aveva necessità di aiuto e invece si è imbattuta nel suo assassino. La crudeltà di annientare una persona nel momento di maggior fragilità, rende la sua perdita ancor più dolorosa e difficile da accettare».

Così come «non potrà essere superata l’angoscia di quei 12 giorni, dalla sua scomparsa al ritrovamento del corpo, che hanno fatto precipitare in un incubo non solo la famiglia ma intere comunità che si sono mobilitate con centinaia di volontari per cercarla, mentre il suo assassino non solo occultava il corpo ma depistava le ricerche. La ricorderemo nella messa che si terrà nella cattedrale di Castelsardo il 13 settembre alle 19».

Le dichiarazioni sono di Renato Pinna, Diana Serra e Carlotta Pinna, genitori e sorella della vittima. 

I difensori dei familiari costituiti parti civili nel processo, Antonella e Nino Cuccureddu affermano: «Si è trattato di un delitto particolarmente efferato, è stata colpita da tre proiettili in pieno volto mentre era seduta su un divano e chi ha sparato era in piedi davanti a lei, queste sono le conclusione del Ris di Cagliari. Il suo corpo è stato trovato privo di indumenti dalla vita in giù, mentre i suoi telefoni e il suo zaino non sono mai stati ritrovati, né l’autore del reato li ha fatti reperire».

«Fanno impressione», proseguono i legali, «le numerose e sempre diverse versioni dei fatti, rese dall’imputato che, mentre era già in carcere, è arrivato persino a sostenere che Cinzia fosse stata uccisa dalla sua compagna. La famiglia auspica che il dibattimento che si aprirà a novembre riesca a ricostruire quanto più possibile i fatti accaduti quella notte e le responsabilità».

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