Da ieri Roberto Vannacci è ufficialmente al timone di Futuro Nazionale. Il suo partito, nato a febbraio davanti a un notaio, ora ha un presidente (lui, in carica per tre anni), un’assemblea nazionale con 120 componenti, un esecutivo e truppe in tutta Italia.
Azione e disciplina
E nel giorno del debutto, all’auditorium della Conciliazione, il generale cerca subito la polemica sul femminicidio: il reato introdotto in Italia un anno fa è «un’assurdità» perché «è un omicidio come tutti gli altri», dato che non è il genere della vittima a poter definire un delitto. «Un reato non è più o meno grave in base al sesso, al colore della pelle o alla religione di chi lo commette o di chi lo subisce: questa è la vera parità», argomenta. E messo alle strette dai cronisti, è definitivo: «Il femminicidio non esiste». Fedele alle sue battaglie contro gender e quote rosa, il generale incassa gli applausi dei suoi, più forti a sottolineare quel passaggio. Ma i cuori si scaldano anche per la battaglia madre di FnV: la remigrazione, platea in piedi e sventolio di bandiere. Un popolo che non si offende al richiamo del leader di essere «feccia e scarto» della società, anzi. E che sposa le promesse più sovraniste, con un programma dominato dall’azione e dalla disciplina militare che il presidente illustra per più di un’ora.
Via dal divano
L’Italia promessa da Vannacci è fatta da più figli, zero migranti (perché rimpatriati) o con un tetto massimo del 4% purché si assimilino a cultura e valori nazionali, niente più giovani sul divano e sport per tutti perché - spiega a lungo il militare - è un investimento nel benessere personale e garanzia di spendere meno soldi per curare le malattie. Un apprezzamento che fa dire a Vannacci: «Io rappresento la speranza degli italiani e non della sinistra», replicando ai partiti di maggioranza. Che restano i potenziali alleati, e quindi assicura: «Io non voglio fare implodere il centrodestra». Ma tiene il punto: «Le alleanze si fanno prima delle elezioni, ho delle linee rosse e non sono disposto a negoziarle». L’assemblea sdogana perfino la parola “camerata”. A usarla senza imbarazzo è il deputato ex leghista Domenico Furgiuele, che saluta così il pubblico. E poco dopo si associa Lorenzo Gasperini, che chiude citando il leader missino Giorgio Almirante («La destra o è coraggio o non è») tra cori di apprezzamento.
Dalla e De Andrè
Il mood della giornata cambia anche rispetto ai giornalisti: lo spazio per il punto stampa si allarga e soprattutto si aprono le porte del teatro ai media, per seguire gli interventi dei vannacciani e poi del comandante. Lui si sbraccia per illustrare il programma e svela il suo pantheon musicale, dove spuntano De Andrè, per il verso sul letame da cui nascono i fiori, e Lucio Dalla. La sua canzone “Futura” diventa l’inno del Fvn. Altro momento pop è con Laura Ravetto, la deputata che sale sul palco con uno spray per stirare e rivela il gioco: «I giornalisti diranno che vogliamo che le donne stiano a casa a stirare e invece no. La mia proposta è il merito», come il marchio dell’appretto, «Le donne devono arrivare con il merito e non servono le quote rosa».
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