La storia.

«Una nuova vita grazie all’accoglienza dei sardi» 

Alejandro Meléndez , la fuga dal Venezuela e ora la laurea in Psicologia: voglio aiutare gli altri 

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A Maracay, in Venezuela, Enrique Alejandro Meléndez Acevedo vedeva tanti ragazzi come lui, disperati e senza un futuro, travolti da una crisi economica che non lasciava scampo. A 19 anni decide di partire senza sapere che quella scelta lo avrebbe portato, sei anni più tardi, a discutere una tesi nell’aula specchi all'Università.È successo in una delle ultime sessioni: Acevedo si è laureato in scienze e tecniche psicologiche con il massimo dei voti, 110 e lode, davanti alla commissione presieduta dalla relatrice Cristina Cabras. Un traguardo arrivato al termine di un percorso che lo ha portato dal Venezuela alla Sicilia, fino alla Sardegna, prima di trovare a Cagliari quella che oggi chiama casa.

Gli intoppi

Tutto comincia a maggio 2020, quando decide di lasciare il Venezuela con una meta precisa, la Svizzera, dove pensa di potersi fermare e magari riprendere gli studi in bioanalisi che aveva lasciato a metà. Ma il mondo è fermo per il Covid e la partenza slitta mese dopo mese. Passa più di un anno prima che tutto sia pronto. A novembre 2021, a una settimana dal volo, arriva la notizia che manda in fumo tutto, non può più andare nel paese elvetico. Il piano costruito per un anno e mezzo crolla in pochi giorni. Acevedo riparte, questa volta verso la Sicilia, senza sapere cosa lo aspetta. Lo accoglie una famiglia che non ha mai visto prima, in una lingua che non conosce. Resta sull’isola quattro mesi prima di rimettersi in viaggio verso la sua nuova meta: la Sardegna.

La decisione

Qui le esperienze con i frati di Sant’Ignazio, le prime parole di italiano imparate una alla volta. È lì, in mezzo a quell'apprendimento faticoso, che matura la decisione più importante: non tornare alla bioanalisi ma iscriversi in psicologia.«L’ho scelto per avere gli strumenti per poter aiutare tutti i giovani che si trovano in difficoltà», racconta oggi Acevedo, 25 anni. Prima di arrivare a questa scelta in Venezuela aveva anche vissuto un anno e mezzo come missionario nell’Amazzonia tra le comunità indigene, un’esperienza che, dice, gli ha lasciato addosso la stessa urgenza, fare qualcosa per chi non ha voce.

Gli ostacoli

Supera il test di ingresso e comincia. «Non è stato facile all'inizio trovarmi in un altro paese senza conoscere la lingua», racconta, «ma tutte le persone che ho incontrato si sono dimostrate disponibili, soprattutto per preparare gli esami e per la stesura della tesi». Il suo italiano oggi è perfetto. La tesi discussa porta il segno di quel cammino: un lavoro sui meccanismi di costruzione dell’identità, sulle norme sociali e religiose che la plasmano, un tema che per lui non è mai stato solo teoria. Ad ascoltarlo, collegati da lontano, la madre Ana dagli Stati Uniti, il fratello dal Venezuela, la sua famiglia, a migliaia di chilometri di distanza ma per una volta abbastanza vicina da vederlo laurearsi.

Il futuro

«È stato un bel percorso, frutto di un grande sforzo e di sacrifici. Sono arrivato da solo e mi sono buttato, avevo molte incertezze. Nel mondo in cui ci troviamo c’è negatività verso chi è extracomunitario, quindi avevo paura. Proprio per questo non bisogna generalizzare: si finisce per dover dimostrare quali sono le tue intenzioni». Oggi la sua nuova vita è qui, a Cagliari: «L’Italia è la mia seconda casa e mi sento un po’ un sardo d’adozione», ride senza riuscire a nascondere la sua felicità. Al momento non pensa di tornare in Venezuela: la situazione, già tragica, è peggiorata ulteriormente dopo il recente terremoto. Preferisce proseguire con la laurea magistrale.«Vorrei lavorare nel campo dell’istruzione», dice, «perché la mia esperienza mi fa credere che oggi, più che mai, serva un docente di qualità capace di unire competenza e umanità».

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