Sestu.

Una giungla nell’ex velodromo 

Degrado e macerie nella prima storica pista realizzata in Sardegna 

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Tra erbacce alte, crepe e silenzio c’è un anello che resiste al tempo ma non all’abbandono. Duecento metri di cemento che disegnano una pista ormai sbiadita, dove le curve prima salgono dolcemente poi più decise. L'ex velodromo Antonio Picciau di Sestu, il primo dell’Isola, oggi appare come un luogo sospeso: una Chernobyl in miniatura inghiottita dalla vegetazione, dove è difficile immaginare il rumore delle ruote, il pubblico, le gare. Eppure, fino a 30 anni fa, qui batteva uno dei cuori sportivi della Sardegna. A guardarlo oggi sembra impossibile. L’asfalto è consumato, la balaustra in frantumi, tutto attorno una giungla che ha preso il sopravvento. Non c’è più nulla, solo i segni di quello che è stato. Ma, sotto questa rovina, resta la forma di un impianto che per anni ha rappresentato il punto di riferimento per tanti appassionati.

Il passato

Una storia che inizia alla fine degli anni Sessanta, quando Mario Picciau, appassionato di ciclismo, insieme al padre Antonio e ai fratelli Pinotto e Pietro decide di trasformare quella passione in qualcosa di concreto. Nasce così il velodromo, costruito, mattone dopo mattone, grazie al contributo della famiglia, di altri appassionati e anche al supporto della Federazione ciclistica. In un tempo in cui lo sport era prima di tutto socialità, il velodromo di Sestu diventa presto un riferimento per tutta la Sardegna.«Sarebbe bello riportarlo in vita, ma io non ho la possibilità economica per farlo». Piergiorgio, figlio di Mario, guarda oggi quell’anello con un misto di nostalgia e rassegnazione. «È stato il primo velodromo privato in Sardegna. Mio padre coinvolse tutta la famiglia e tanti appassionati: era un sogno che prendeva forma».Un sogno che per anni è stato realtà. «Quel velodromo ha dato la possibilità a tanti di crescere, di provarci davvero». A confermare il valore dell’impianto è anche chi lo ha vissuto in prima persona. «Le curve erano difficili, la bici tendeva ad andare verso la balaustra: dovevi essere concentrato, combattere ogni metro», ricorda il campione di ciclismo e di triathlon Giuseppe Solla. «Ma proprio per questo ti faceva diventare bravo. Se imparavi lì, il resto era più semplice».

In pista

Su quell’anello sono passati nomi che hanno segnato il ciclismo sardo. «Era una fucina di corridori. Io da bambino pagavo il biglietto per vedere le gare, poi ci ho anche corso. Devo molto a quel velodromo». E aggiunge: «Non era solo allenamento: era un luogo dove si creavano amicizie, si passavano giornate intere. Il ciclismo, da sport solitario, diventava collettivo».Poi il declino, lento ma inevitabile. Con l’arrivo dell’impianto di Quartu, in procinto di riaprire, l’interesse è calato. «Oggi sembra non esserci domanda, ma è anche perché mancano i luoghi: senza strutture i giovani si allontanano dallo sport».

Il futuro

Oggi il velodromo è in vendita (a 150mila euro). Un tentativo di dare un futuro a quello che, al momento, resta solo un pezzo di storia abbandonato. «Da fine ottobre ci siamo affidati a un’agenzia», spiega Piergiorgio Picciau. «L’idea è quella di far conoscere il potenziale dell’area». Nel 2006 la struttura ha cambiato destinazione d’uso, passando da area agricola a spazio destinato ad attrezzature e impianti sportivi. Il progetto aveva anche attirato l’attenzione del Comune. «Ci avevano contattato, ma non si è concretizzato nulla. Basterebbe poco per far nascere qualcosa», continua Picciau. «Non solo un impianto sportivo, ma anche attività collegate, spazi per i giovani, persino iniziative commerciali».

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