Midterm

«Una caduta pesante per Trump, adesso arrivano due anni difficili» 

Il docente: il presidente e i Dem dovranno trattare su ogni cosa 

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L’America ha dato uno schiaffone a Trump.

«Direi di sì. Certo, era una sconfitta in parte prevista, perché tradizionalmente le elezioni di medio termine non vanno mai a favore del presidente in carica. Ma questa volta c’è stato uno scostamento di seggi molto forte dai repubblicani ai democratici, anche in Stati da sempre repubblicani, come il Texas. Dunque, è stata innegabilmente una debacle per Trump», dice Christian Rossi, 54 anni, professore di Storia delle relazioni internazionali nel Dipartimento di Scienze politiche e sociali dell’Università di Cagliari.

A suo avviso, perché?

«Per le condizioni economiche in cui si sono trovati i cittadini, crollate a causa delle guerre tariffarie e delle guerre guerreggiate. Inoltre, seppur in misura minore, ha influito al questione dei migranti: tantissimi latinos che due anni fa avevano votato per Trump oggi se ne sono guardati bene, nonostante le minacce dell’Ice».

Lui ha detto che accetta la sconfitta, poi ha indossato il cappellino con la scritta “Mr Veto”, come se se ne infischiasse di un Congresso a maggioranza Dem.

«Il fatto che abbia accettato il risultato non era scontato, conoscendolo, ma neppure lui si aspettava una valanga così, quindi gli veniva molto in salita non farlo. Dall’altro punto di vista c’è in ballo la separazione dei poteri: io due anni fa, quando è stato eletto, ho detto subito: aspettiamo il voto di Midterm, si brucerà da solo».

Ora che succede?

«Il presidente degli Stati Uniti nel sistema di “check and balance” ha poteri molto forti. La democrazia americana è una monarchia repubblicana, è lui che guida il paese, con l’ausilio del Congresso, quando ce l’ha a favore. Quando non è così, si deve “trattare” per qualsiasi cosa».

Saranno due anni difficili.

«Difficilissimi. Di scontro interno, perché continuerà a usare il suo potere in modo come sempre spregiudicato. E anche in politica estera, dove ha perso appeal, ma sicuramente continuerà a utilizzare come mezzo di pressione la guerra in Iran e i dazi. E l’Europa starà alla finestra».

E Israele?

«Non credo cambierà nulla, chiunque sarà il primo ministro, anche con il Congresso a maggioranza democratica. Di base gli Stati Uniti vedono Israele come un alleato di ferro».

Intanto i democratici faticano a trovare un leader per le presidenziali del 2028.

«I Dem hanno tanti “pulcini”, ma ancora nessuno è diventato cigno. Ci sono personalità rilevanti, come James Talarico, diventato senatore in Texas, o il governatore della California Gavin Newsom. Ma il partito è molto diviso, non si sa chi potrebbe emergere».

La vittoria di Lula in Brasile, degli studenti in Serbia, ora dei Dem negli Usa: pensa che potrebbe esserci a livello globale una grande ondata di rifiuto per l’autoritarismo, il nazionalismo, l’odio, l’uso della forza?

«Sì, potrebbe essere l’inizio di uno spostamento a sinistra con effetto domino. Ogni Paese ha i suoi di problemi, ma la crisi economica è diffusa, e soprattutto i giovani di tutto il mondo sono stufi di vedere guerre guerreggiate e corsa al riarmo. Questo è uno degli aspetti che influirà sulle future elezioni, in Italia, in Francia, in Spagna, e tra due anni negli Stati Uniti».

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